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Racconto triste, nero come la notte

Racconto triste, nero come la notte
Nina respirava a pieni polmoni l’aria profumata di neve, procedendo a passo lento lungo il sentiero che conduceva al bosco. Giunta ad un ponticello si soffermò per guardarsi attorno sfiorando con le dita, nascoste sotto i guanti neri, lo strato di neve che ricopriva la staccionata del ponte. “Sono molto fortunata”, pensò, “chi vive lontano da qui non ha idea di quello che si perde”. L’atmosfera era gelida e immobile, gli unici suoni udibili erano i tonfi della neve che cadeva di tanto in tanto da qualche ramo d’albero. Nina si sentì improvvisamente innamorata, forse dell’inverno, forse della vita stessa. Riprese il passo, decisa a seguire il sentiero fin dentro il bosco. “Non ci sono impronte sulla neve”, sussurrò tra sé e sé, “sembra che io sia la prima a passare di qui”. Ora lei si avvicinava al bosco e il bosco si avvicinava a lei come volesse accoglierla col manto bianco di cui era rivestito. Giunta ai suoi margini, dove il sentiero si confondeva con le forme create a terra dalla neve, respirò a fondo ancora una volta. Si immerse poi tra le piante spoglie e continuò il suo viaggio in quello che ora sembrava un mondo in cui il ghiaccio avesse trionfato su tutto il resto. Non le passò nemmeno lontanamente per la testa l’idea di potersi perdere, eppure era stata più volte messa in guardia sulla pericolosità dei boschi, dove tutti gli alberi sembrano uguali. Ma addentrandosi più del previsto e svoltando di tanto in tanto qua e là accadde proprio questo. Nina non aveva più la benché minima idea di quale direzione prendere per tornare indietro e sapeva bene che quello in cui si trovava non era propriamente un boschetto. Tuttavia, riprese il cammino, guidata da quel senso di innamoramento che provava prima. Non passò molto tempo che comparve ai suoi occhi una casa. Sembrava una di quelle graziose baite di montagna che fino ad allora Nina aveva visto solamente in foto. “Chissà se è abitata”, pensò, ma immediatamente si accorse che alcune finestrelle emanavano luce. “Peccato non conoscere chi ci abita”, disse, e fece marcia indietro. Proprio allora sentì un rumore e voltatasi scorse una persona sulla porta dell’abitazione. Vedendo distintamente che la figura faceva un gesto di saluto si avvicinò. “Temo di essermi persa”, disse a voce alta ridendo. Dalla risata della persona sull’uscio capì che si trattava di una donna. Una bella donna, poté appurare quando fu abbastanza vicina. “Entra pure a prendere un tè caldo, ti starai congelando lì fuori”, disse la donna. “La ringrazio, accetto volentieri”, rispose Nina dopo una brevissima esitazione. L’interno era incantevole, tutto in legno. L’odore di resina si mescolava a quello del fumo che usciva da un caminetto crepitante. “Ma lei vive qui?”, chiese Nina. “Eh si”, rispose la donna, “ti piace?”. “Da impazzire”, continuò lei. Sembrava però che a sua volta la donna impazzisse per lei, la guardava come si può fissare incantati un qualche miracolo della natura. “Perché mi guarda così?”, chiese Nina incuriosita, ma senza paura. “Trovo che tu sia molto bella”, rispose la donna. “La ringrazio”, arrossì la ragazza sorseggiando dalla tazza che aveva ricevuto. “Dammi pure del tu”, sorrise con sguardo trasognato l’altra. Il tè era squisito, Nina non aveva mai sentito una tale miscela di aromi di sottobosco. “Dovrei andare, lei saprebbe… voglio dire, tu sapresti dirmi come uscire dal bosco?”, chiese. “Certo, uscita di qui vai a sinistra e cammina fino a trovare una grande quercia, la riconoscerai di sicuro perché è enorme. Da quel momento gira ancora a sinistra e dopo un centinaio di metri sarai fuori”, la rassicurò la donna. Nina si alzò ringraziandola e le si avvicinò per stringerle la mano. L’imprevedibile signora però le afferrò il viso e la baciò delicatamente sulle labbra. Nina rimase turbata, affascinata. La sua preoccupazione di ritrovare la strada svanì e si sostituì alla voglia di rimanere lì con lei. La donna la abbracciò e lei provò di nuovo quel senso di innamoramento verso la vita e la natura che l’aveva accolta entrando nel bosco, solo che ora era rivolto a quella figura femminile dalle forme rotonde e sensuali. La donna le posò le mani sui fianchi e la tirò a sé. Nina sentì i seni premersi morbidamente contro i suoi e sobbalzò dall’emozione. “Ma chi sei?”, chiese con un filo di voce. “Ha importanza?”, rispose l’altra. Nina si avvicinò alla sua bocca e si fece baciare di nuovo. Non aveva mai baciato una donna, o forse si, al momento la sua mente era offus**ta da ciò che sentiva dentro. Le due si sedettero sul divano, una di fianco all’altra, e qui si sfiorarono il viso reciprocamente con le mani. I polpastrelli di Nina balzarono sui capezzoli dell’altra le cui forme emergevano da sotto la lana. Il divano su cui sedevano dava le spalle a una finestra. Voltandosi la ragazza si rese conto che aveva ripreso a nevicare, ma non le importava, sarebbe potuta rimanere in quella casa per un tempo indefinito. Si stese sul divano e accolse su di sé il corpo caldo della donna, i cui bruni capelli le solleticarono il viso, inducendola a ridere divertita. Una mano dell’altra finì inavvertitamente tra le sue gambe che lentamente si divaricarono per accoglierla. La stessa mano si infilò sotto i pantaloni e si strofinò a lungò sulle mutande, mentre Nina sprofondava tra i morbidi cuscini del divano, avvolta da una vampata di piacere, che aumentò quando la mano della donna si infilò sotto le mutande finendo con lo strofinarsi sulla nuda pelle. La respirazione di Nina aumentò in velocità e frequenza, mentre il viso della sconosciuta si schiacciava tra i suoi seni infuocati. “Cos’hai messo in quel tè per farmi fare questo?”, chiese la ragazza tra un sospiro e l’altro. “Assolutamente niente”, rispose sicura la donna, “stai facendo tutto seguendo unicamente la tua volontà”. Nina chiuse gli occhi e iniziò a gemere sentendo che le dita della misteriosa signora entravano dentro di lei con un savoir- faire che nemmeno lei stessa era mai riuscita ad ottenere. “Hai ragione, sono io a non essere più la stessa”, concluse Nina e si lasciò completamente travolgere dal calore che sentiva sprigionarsi tra le gambe. Strusciando il viso sui suoi seni e la mano nelle sue più intime cavità, la donna la trasportò in un baratro di piacere, dal quale la ragazza avrebbe voluto non risalire. Un ultimo gemito nel toccare il culmine e Nina, nonostante la sua volontà, ritornò alla coscienza. Riaprì gli occhi e si trovò ancora una volta su quel divano, con quella donna sconosciuta eppure così familiare che la abbracciava, mentre fuori silenziosamente continuava a nevicare.

Il piacere dell’attesa

Fuori pioveva a dirotto mentre aspettavo impaziente Gianna. Desideravo vederla ardentemente, toccarla, baciarla, leccarla in tutto il corpo. Avevo sete di lei, ma lei non arrivava. Mi chiesi cosa potessi fare nell’attesa, ma non mi venne in mente altro che rimanere lì immobile a fissare la pioggia che scorreva sui vetri in piccoli ruscelli. Sapevo che quando avesse bussato alla porta l’avrei fatta entrare e trovandola tutta bagnata avrei insistito perché si spogliasse subito, per non ammalarsi al contatto coi vestiti fradici. L’avrei avvolta in un grande asciugamano colorato affinché la sua pelle divenisse al più presto asciutta, per poi bagnarla nuovamente con la mia lingua. Immaginando tutto questo il mio desiderio di lei aumentò a dismisura. Sospirai a fondo e cercai di portare il mio pensiero altrove per non tormentarmi inutilmente. Ma non ci riuscii e tornai a pensare a lei. Gianna aveva due piccoli seni, teneri e appuntiti. Amavo toccarli, stavano perfettamente nei palmi delle mie mani. Non avrei potuto sperare di toccare seni migliori dei suoi. Nel momento in cui fosse arrivata l’avrei probabilmente assalita, tanto era forte ormai il mio desiderio. Dopo averla costretta ad estrarre i seni da sotto gli abiti bagnati, li avrei aggrediti con la mia bocca calda e vorace, per leccarli e tormentarne i capezzoli con la punta della lingua, finché lei esausta mi avrebbe pregato di smettere. La mia eccitazione aumentava sempre più immaginando tutte queste delizie, ma Gianna non arrivava. E io attendevo il suo corpo liscio e slanciato, per trascinarlo nel dolce baratro dell’estasi. Le sue cosce avrebbero tremato sotto l’effetto dei miei morsi a****li. Il suo ventre avrebbe gioito alle indiscrete ispezioni della mia lingua serpentina. Tremavo ormai dal bisogno di Gianna, che continuava a non arrivare. I miei sguardi sulla porta silenziosa erano ormai l’eterna ripetizione del medesimo fotogramma vuoto, riempito dal mio solo desiderio di lei. Non potei più res****re, mi slacciai i pantaloni e con un sospiro quasi di sollievo infilai la mano dentro le mie mutande. Le mie dita vennero a contatto con la pelle umida delle labbra sotto la folta peluria. Iniziai a toccarmi per sedare la mia eccitazione, quasi sperando che Gianna arrivasse trovandomi in quella situazione, ideale preludio alle pratiche sessuali più sfrenate. Ma lei non arrivò e io continuai con me stessa. Dopo aver strofinato le dita a lungo mi decisi a farle entrare e uscire velocemente per alcune volte, ma il mio livello di eccitazione era talmente alto che venni nel giro di un paio di minuti. Ciò che da me avevo ottenuto non mi bastò, così continuai ad infliggermi quel piacere che, se dapprincipio rappresentava un semplice ripiego, ora stava diventando l’unico piacere possibile. Ma dopo il quinto orgasmo tornai a pensare a Gianna. Andai ancora una volta alla finestra a guardare la pioggia. Di lei ancora nessuna traccia. Forse non sarebbe mai arrivata, ma io avrei continuato imperterrita ad aspettarla, desiderando ardentemente il suo corpo, sedando di tanto in tanto il dolore dell’attesa con il piacere della mia mano, sperando che prima o poi Gianna entrasse da quella porta.

Eravamo amiche io e Rebecca

Sola e sconsolata sul mio vecchio divano, aspettavo che Rebecca telefonasse. Mi sentivo fortemente angosciata e il mio rendermi conto che l’ansia che provavo aveva sempre meno a che fare con l’amicizia aumentava ulteriormente l’angoscia. Aveva detto che avrebbe telefonato, ma il mio cellulare era ancora immobile e silenzioso sul tavolino vicino a me. Di tanto in tanto lo fissavo sperando che emettesse qualche suono, ma niente. Improvvisamente sentii suonare il campanello e la mia ossessione per il cellulare mi indusse in un primo momento a credere che fosse questo a squillare. Il campanello suonò una seconda volta, così rendendomene conto mi diressi a malincuore verso la porta, pensando fosse la solita vicina di casa scocciatrice. Aperta la porta mi trovai di fronte Rebecca col viso bagnato di lacrime. Allibita ma felice di vederla, la invitai ad entrare e ad accomodarsi sul divano. Non appena si sedette scoppiò in lacrime senza dire una parola. “Cosa succede”, chiesi timidamente dopo qualche minuto, appoggiandole una mano sulla spalla. Lei continuando a piangere fece cenno con la mano di non volerne parlare. La mia mano prese a carezzarle la spalla su cui poggiava, poi scese lungo il braccio coperto di calda lana. Rebecca singhiozzava, era come avesse qualcosa da dirmi ma non riuscisse in alcun modo a farlo. “Mi vuoi forse parlare di qualcosa?”, chiesi sottovoce. “Si”, rispose a stento dopo alcuni secondi. Ero convinta si trattasse dell’ennesimo sfogo in merito al suo lavoro, anche se mi sembrava evidente che stavolta fosse successo qualcosa di più pesante del solito. Lei invece disse qualcos’altro, una cosa che mi fece sentire decisamente bene. “Non so come dirtelo, ma è inutile che continui a tenermi dentro questa cosa, o la va o la spacca”, esordì, mentre io la fissavo in silenzio. “Io… ti amo”, disse con un filo di voce. Dopo un primo istante di stupore, durante il quale sentii una sorta di brivido lungo la schiena, non potei trattenere una risata di sfogo. La abbracciai continuando a ridere come una pazza mentre lei mi guardava come se effettivamente lo fossi. Infine asciugai le sue lacrime con una mano e le baciai delicatamente le labbra, sotto il suo sguardo instupidito e ormai rasserenato. Abbracciandola sentii il suo corpo abbandonarsi pesantemente sul divano, come se finalmente fosse giunto il momento di un meritato relax. La invitai a stendersi e mi posai delicatamente sul suo corpo caldo. “Ti amo anch’io”, le sussurrai ad un orecchio. Rebecca chiuse gli occhi e mi strinse a sé sospirando. Fu allora che le baciai il collo e glielo leccai con avida voglia di lei, dei suoi sospiri spaventati, di quella pelle ispiratrice di lussuriosi sogni. La baciai nuovamente sapendo che si trattava solamente del primo di una infinita serie di altri baci, che si sarebbero moltiplicati nel tempo. I suoi seni caldi e morbidi mi attendevano sotto il maglione di lana. Ne toccai uno facendo sobbalzare Rebecca dall’inaspettato piacere. Infilai la mano sotto la maglia mentre lei rimaneva immobile ad aspettare che io la trascinassi in un flusso di intenso piacere. E questo io feci, allora per la prima volta e in seguito infinite volte.

Racconto d’aprile

Parte I

Le lacrime scendevano copiose lungo le mie guance mentre Lucia mi teneva le mani, stringendole fra le sue. D’un tratto ne portò una al mio viso bagnato e lo asciugò con un fazzoletto. Rimasi senza fiato quando con l’altra mi sfiorò il seno. La fissai con gli occhi carichi di stupore, quasi a volerle chiedere perché mai avesse aspettato quel momento per mettere le mani su di me, proprio gli ultimi minuti in cui eravamo insieme, prima che mi venissero a prelevare per farmi uscire. Ebbene si, mi trovavo in prigione da una decina d’anni. Io e Lucia stringemmo amicizia solo qualche anno dopo il mio ingresso. Col tempo diventammo più che amiche, non ci perdevamo mai d’occhio. Finché un giorno iniziai a desiderarla. All’inizio pensai fosse la semplice conseguenza dell’astinenza sessuale, per cui essendo ormai rinchiusa lì da molto tempo mi venisse spontaneo rivolgere il mio interesse ad una persona con cui passavo tanto tempo. Poi mi accorsi che in realtà non si trattava solo di questo. L’interesse verso mio marito, che era fuori ad aspettarmi, diminuì fino a scomparire del tutto, insieme alla mia voglia di uscire da quella dannata prigione. L’unica cosa che invece aumentava era il mio desiderio per di lei, che un bel giorno scoprii essere reciproco. Ci trovavamo nell’assolato prato della prigione in cui una volta al giorno avevamo un’ora e mezza di libertà. Trovai dei fiorellini azzurri che non avevo mai visto vicino ad un piccolo stagno e li mostrai a Lucia. Lei mi disse che conosceva quel fiore, ma non ne ricordava il nome. E aggiunse che un fiore così grazioso avrebbe potuto portare il mio nome. Io le chiesi scherzosamente se mi amasse e lei del tutto seria rispose di si. I nostri visi abbandonarono l’espressione di giovialità, per assumere quella dell’istantanea consapevolezza. Da allora parlammo spesso di noi, crogiolandoci tra dolci parole sussurrate e piccole confessioni, ma non ci toccammo mai con un dito. Non so perché, forse il nostro amore era nato tra quelle sgretolate mura, ma aspettava di esprimersi altrove, in un qualche imprecisato luogo lontano. Ora che io stavo per andarmene, lei aveva improvvisamente deciso di toccarmi, sebbene in modo fugace e fortuito, ma quanto bastava per rendere più tormentosa la mia dipartita. Eppure avevo anche la strana sensazione che mi nascondesse qualcosa. Già da un paio di settimane si comportava in modo diverso dal solito, aveva stretto amicizia con alcune detenute che mai prima di allora aveva considerato. Non le avevo chiesto spiegazioni perché mi sembrava volesse tenere per sé le cose di cui confabulava. In ogni caso, ormai era tardi per parlarne. Paola, la guardia bionda e dalla rosea carnagione, arrivò a prelevarmi. “Avanti cara”, disse sorridendo, “il tuo uomo ti aspetta all’uscita”. “Chiusi gli occhi e abbassai il capo, mentre le mani bollenti di Lucia si allontanavano da me, lasciandomi in una solitudine peggiore della morte. Sorrisi con ironia, visto che Paola sapeva benissimo che non mi importava niente di mio marito. “Paola, come avrei fatto qui senza di te”, sospirai girandomi a guardarla. “Come avrei fatto io invece senza di te”, replicò con aria molto seria, che

per un attimo mi fece sospettare che anche lei mi amasse. “Beh, ma ti lascio tutte queste donne”, continuai. “E meno male”, gridò Paola, sarcastica, rivolgendosi al corridoio lungo il quale erano incastonate le varie celle, ottenendo come risposta qualche sberleffo. Mi alzai e andai verso di lei, le baciai una guancia, dicendole: “ti auguro di trovare quella giusta”. Lei sorrise e mi invitò a uscire da quella gabbia, unica vera dimora che oramai conoscessi. Con un piede dentro e uno fuori mi voltai a guardare Lucia un’ultima volta. “Nontiscordardime”, disse lei sottovoce, stesa sul suo grigio lettino. “Certo che no”, risposi con voce strozzata, “come potrei…”. “Nontiscordardime, è il nome di quei fiori azzurri che abbiamo trovato vicino allo stagno”, sussurrò. “Coraggio”, disse la carceriera, “dobbiamo essere puntuali con l’orario di uscita, non sia mai che la prigione ti abbia sulle spalle un minuto in più del previsto”. Risi, anche se i miei occhi continuavano a lacrimare. “Addio”, dissi voltandomi verso Lucia un’ultima volta. Ma lei era sparita, probabilmente nel microbagno interno alla cella. Qualche minuto dopo il portone della prigione si spalancò. Il sole era così abbagliante che mi sembrò di aprire gli occhi per la prima volta. Solo in quel momento mi resi conto che era primavera. Vidi Lorenzo, mio marito, di spalle che fumava. Non lo vedevo da almeno due anni, ma quando si girò a guardarmi mi accorsi che non era cambiato affatto. “Ciao Alice”, disse gettando a terra il mozzicone di sigaretta per poi schiacciarlo sotto una scarpa. Non risposi. “Non sei contenta di vedermi?”, chiese con un sorriso beffardo stampato sulla faccia, “beh, nemmeno io, abbiamo già le carte pronte, basta che firmiamo, se è consensuale non c’è alcun problema”. Ero entrata in prigione sposata e me ne uscivo separata, anche se dovevo ancora firmare. Ma in fondo questo era solo un dettaglio, ero comunque separata da molto più tempo, anzi posso dire che la mia separazione fosse iniziata appena pronunciato il fatidico “si”. “Non ti preoccupare”, lo rassicurai, “firmerò appena arriveremo, poi andrò nella vecchia casa dei miei e non mi vedrai più”. Non più di un’ora dopo ero già in viaggio verso la casa di campagna in cui ero nata e cresciuta, che non vedevo da almeno quindici anni. Ormai là non c’era più nessuno, ma da quanto mi diceva mia sorella per lettera, doveva essere ancora tutto in buono stato. Il viaggio in treno fu piacevole, ma nello stesso tempo devastante. Vedendo prati verdi e colline fiorite ripensai a Lucia e al contatto con le sue mani nella nostra gelida cella. Mi immaginai insieme a lei sui prati che mi scorrevano dinnanzi agli occhi, a rotolarci sull’erba come due adolescenti innamorate, a rincorrere farfalle, ridendo per ogni piccola stupidaggine. Chiusi gli occhi e la vidi, stesa sull’erba completamente nuda. Il suo corpo roseo e delicato sembrava il ritratto di una Venere pittorica. Anch’io ero nuda. Mi avvicinai e stendendomi al suo fianco posai una mano sui seni che abbondavano sul petto bianco. Li sfiorai, come si trattasse di un oggetto prezioso e delicatissimo. Abbassando la testa li baciai, portando ora la mano sui suoi fianchi e infine sui rotondi glutei. Fui violentemente strappata a quella fantasia da uno scossone del treno, che si preparava a fermarsi alla mia stazione. Un’ora dopo mi avvicinavo a piedi alla vecchia casa di famiglia, che

percorrendo una lunga strada sterrata emergeva sulla collina tra i ciliegi in fiore. Nel vederla lasciai cadere a terra la valigia e scoppiai in lacrime.

Parte II

Avrei voluto che Lucia fosse lì a sostenermi nel mio ritorno alla vita, una vita che, sebbene mi sembrasse quella di un’altra persona, stava lentamente ritornando mia. Arrivata di fronte alla casa ingrigita, mi affrettai ad entrare, visto che stava arrivando un temporale. Gettai la valigia a terra vicino alla porta d’ingresso e ne estrassi un lenzuolo pulito, che portava con sé l’odore della prigione. Non me la sentii di tornare in quella che era la mia vecchia camera, così mi diressi nella stanza degli ospiti e mi gettai insieme al mio lenzuolo su un impolverato materasso. Dormii per ore e ore, mentre i tuoni scuotevano i muri del rudere che mi ospitava. Subito prima di svegliarmi feci un sogno. Ero nel giardino sul retro della casa e con me c’era Lucia. Sedute a terra ci raccontavamo a vicenda i più intimi pensieri del presente e del passato. Io le dissi quanto mio marito non avesse più alcun significato per me e quanto invece fossi felice di passare la mia vita con lei. Poi mentre allungavo una mano per toccarla mi svegliai improvvisamente. Era mattina e i raggi del sole entravano violentemente dalla finestra, priva di tende. Spesso, dopo aver sognato qualcosa di intenso, mi succedeva che la sensazione del sogno mi accompagnasse durante la giornata. Fu così anche quel giorno. Sentivo addosso, quasi come una resina appiccicosa, la sensazione che Lucia mi stesse veramente aspettando in giardino. La prima cosa che feci alzandomi dolorosamente dal letto fu andare a verificare se si trattasse davvero di un sogno, ma in fondo solo per mantenere intatta ancora per un po’ quell’amara illusione. Vidi dunque il giardino. Era incolto e caotico rispetto a una volta, ma in compenso aveva acquisito un fascino selvaggio. I roseti intricati erano ricchi di rose rosse e le farfalle svolazzavano le une attorno alle altre, piroettando in una specie di danza primaverile. La vita che vedevo risvegliarsi in quel giardino era anche dentro di me, seppur ancora in forma embrionale. Mi distesi sull’erba alta, che mi accolse con i suoi lunghi denti verdi e mi ingoiò completamente. Chiusi gli occhi e cercai di immaginare cosa potesse fare Lucia in quella dannata prigione. Non ci riuscii, ma in compenso ricordai una cosa che mi turbò, esattamente come mi aveva turbato allora. Ero appena uscita dalla doccia insieme alle altre, perché purtroppo per noi ci lavavamo assieme. La privacy non era certo il piatto forte della prigione, ma se così non fosse stato probabilmente non sarebbe mai accaduto questo fatto. Mentre uscivo dalla doccia, avvolta nel mio asciugamano giallo, incontrai Lucia che, completamente nuda, si apprestava invece ad entrare insieme ad un altro gruppo di detenute. Nel vedermi abbassò lo sguardo al pavimento gelido, come fosse stata sorpresa a rubare. Lucia non aveva certo un corpo come quelli che a volte vedevamo alla tv nella nostra cella. No, certo che no, lei era molto più bella, più vera. Il suo seno era onestamente pendente, i fianchi molto larghi e le gambe pelose, ma non avrei potuto immaginarla diversamente. Quella era la sua

verità, il suo unico inevitabile essere e a me piaceva così. Ritornai bruscamente al presente. La mia prima giornata nella vecchia casa di famiglia fu lunga e crudele. Verso sera iniziai a chiedermi se sarebbe sempre stato così. Arrivò il tramonto e dopo una cena noiosa e priva di gusto, pensai di fare ancora due passi, prima che il sole scomparisse del tutto all’orizzonte. Camminando arrivai ad un fossato, dal quale saltarono fuori due anatre che volarono via, facendomi spaventare a morte. Trassi un sospiro, abbassai lo sguardo e li vidi: ai miei piedi c’era una distesa di nontiscordardime. Mi inginocchiai e con le lacrime agli occhi ne strappai uno. Sentendo un fruscio nell’erba alle mie spalle, immaginai che lei fosse lì e mi dicesse “hai trovato i nostri fiori?”. Invece dietro di me, e non per effetto dell’immaginazione, udii la sua voce dire “che ci fai inginocchiata per terra?”. Mi voltai di s**tto e la vidi. Era lì sporca e infangata che mi guardava con un sorriso beffardo sulla faccia. Per qualche frazione di secondo non capii se si trattasse di un sogno o del mio cervello che dava i numeri, poi invece mi resi conto che era davvero lì. “Beh che accoglienza”, mi disse, visto che ero pietrificata e non riuscivo a dire una parola. “Ma, che scherzo è?”, riuscii a biascicare. “Ma quale scherzo”, rise Lucia, “non ti sei proprio accorta di niente allora”. “Di cosa?”, chiesi, allibita. “Che ultimamente stavo organizzando la mia fuga per poter stare con te!”, esclamò, scoppiando a ridere. Mi alzai e iniziò a girarmi la testa, ma invece di svenire piroettai verso Lucia, lasciandomi infine cadere fra le sue braccia. Mi aiutò a stendermi sull’erba, tra le farfalle che svolazzavano. Si chinò su di me e mi baciò, sfiorandomi delicatamente. Io ripresi alla svelta coscienza di me e di ciò che mi circondava. Allungai allora le braccia e posai le mani sui suoi seni, carezzandoli. Lucia si stese sull’erba al mio fianco e si rotolò con me fino al fossato dove c’erano i nontiscordardime. Mi fece spogliare di tutto, vestiti e inibizioni, poi se ne rimase immobile, seduta a gambe incrociate, ad ammirarmi, come per vendicarsi di quando io l’avevo vista nuda senza che lei potesse fare lo stesso con me. Stesa di nuovo al mio fianco, mi baciò il collo con labbra umide e morbide. Rabbrividii di fronte alla sensazione di appagante piacere che provavo, da tanto tempo bramata e per la quale ero ormai rassegnata. In estasi com’ero ad occhi chiusi sotto i salici, non mi accorsi che anche Lucia si era spogliata. Sentii, improvviso e caldo, il suo corpo avvolgermi e tutte le sue molli rotondità premere contro la mia pelle inumidita dall’erba. Le mie membra si abbandonarono completamente a quelle sensazioni. Restammo sul tappeto erboso d’aprile ad accarezzarci, mentre qualche rana appena risvegliata dal tepore primaverile gracidava con scarsa convinzione. “Non avrei più potuto stare senza di te”, sussurrò Lucia, cullandomi tra le sue braccia. Io chiusi gli occhi, sorrisi ma non dissi nulla. Non sapevo se saremmo rimaste lì o fuggite in qualche luogo sperduto per non farci trovare, Lucia evasa e io oramai sua complice. Sapevo solo che dietro le sbarre della prigione avevamo trovato la nostra libertà e che ora non avrei permesso a niente e a nessuno di portarcela via.

12

La confessione di Amelia

“Ebbene si, l’ho fatto”, ammise Amelia con lo sguardo rivolto al pavimento. “Avevo appena finito di lavorare e mi stavo dirigendo a casa. Ovviamente a piedi come al solito. Ad un certo punto mi sono sentita afferrare una spalla e mi sono spaventata. Era Rosa”. “Ah si? E quindi?”, chiese la donna che la interrogava. “E quindi niente, mi sono girata e le ho detto di lasciarmi perdere, che non avevo niente da dirle e volevo solamente tornarmene a casa perché ero stanca”, disse con la voce rotta dal pianto. “Continua”, la invitò l’altra. “Allora”, riprese Amelia, “appena le ho detto che non volevo più avere a che fare con lei mi ha dato uno schiaffo. Appena ho sentito la mia guancia surriscaldarsi per effetto del suo ceffone ho sentito anche un’altra cosa”. “Sarebbe?”, chiese la donna indagatrice con un sorriso a metà tra il sadico e il dolce. “Ho sentito un pizzicorino allo stomaco… e a quel punto ero perduta. Cioè intendo dire che mi stavo eccitando”, continuò sentendosi un po’ in imbarazzo. “Bene”, fu tutto ciò che aggiunse l’indagatrice. “A quel punto”, riprese Amelia, “quando lei si è avvicinata per baciarmi non ho resistito. È stato un bacio violento, mi ha sconvolta… piacevolmente intendo. Subito dopo mi ha afferrata per un polso. Sentendo la sua mano farmi male intorno al polso… ho iniziato ad ansimare. Ormai ero troppo eccitata, volevo a tutti i costi che mi portasse a casa sua, ma non osavo chiederglielo”. “E lei che ha fatto quindi?”, chiese incuriosita l’ascoltatrice. “Mi ha trascinata per il polso fino a casa sua, che era lì vicino. Non ha mai detto una parola. Una volta in casa mi ha sbattuta sul divano e mi ha dato un altro schiaffo. A quel punto ero sua, la mia volontà era praticamente inesistente”. “Come al solito”, rispose l’interlocutrice con un velo di amarezza. “Mi spiace”, sussurrò Amelia, “comunque è andata così. Oramai mi era addosso e io speravo soltanto che mi strappasse i vestiti, cosa che ovviamente lei ha fatto di lì a poco. E senza vestiti ha iniziato a strapazzarmi su quel divano freddo e spoglio. Era violenta, ma a me non bastava, volevo facesse di più”. “Amelia”, si intromise l’indagatrice, “com’è possibile tutto questo? Pensavo fosse cambiato qualcosa ormai”. “Certo, lo pensavo anch’io, purtroppo però ormai è andata così. Volevo che continuasse a schiaffeggiarmi, a un certo punto le ho persino chiesto di darmi un pugno”. “E lei che ha fatto?”, chiese l’altra. “Lei me l’ha dato, sembrava proprio disposta a soddisfarmi in tutto e per tutto, non ha avuto alcuna difficoltà a darmi un pugno. Comunque è andata così. Io ero nuda sul divano e lei mi rigirava tra le sue mani. A un certo punto… mi ha messo le mani sui seni e li ha stretti, poi mi ha infilato due dita…”, si interruppe. “Non si preoccupi Amelia, non deve dirmi proprio tutto. “Forse sarebbe meglio”, dissentì Amelia, “mi ha infilato due dita nella vagina in modo molto violento. Ho provato dolore e volevo continuare a provarlo. So che non avrei dovuto, ma quel misto di piacere e dolore mi faceva impazzire… beh lo sa anche lei”. “Si, lo so”, ammise l’interlocutrice. “In ogni caso”, continuò Amelia, “mi ha penetrata con le dita velocemente e crudelmente. E io godevo. Per un attimo ho anche pensato a lei”, disse con la voce che si spezzava una seconda volta. “Non capisco, a lei… intende Rosa?”. “No, intendevo lei”, rispose

indicando l’interlocutrice, “nel senso che pensavo ai nostri discorsi e ai suoi consigli”. “Giusto, quindi com’è andata a finire la cosa?”, volle sapere l’altra. “Che mi sono sentita travolgere dal piacere, ormai non esisteva più il dolore, anzi… anche il dolore era piacere, il piacere nel vedere Rosa trattarmi in quel modo, così violento, autoritario. Mi vengono ancora i brividi a pensarci. Dottoressa, che devo fare, questa volta mi è andata bene, ma quella prima mi sono dovuta tenere i lividi per due mesi?”. “Eh, continueremo a lavorarci, non si preoccupi. È comunque importante che lei riesca ad essere così sincera come stavolta, vedrà che alla prossima occasione andrà già meglio”, spiegò la donna impassibile. “Sa, a me piace farmi trattare così”, si lamentò Amelia. L’altra alzò lo sguardo su di lei e con un sorriso malizioso disse “beh, non pensi di essere l’unica”.

13
La rinuncia

Ciò che forse nella vita non riescono ad insegnarci è ad avere cura di se stessi, cosa che dovrebbe riuscirci spontanea, ma non è così. Ci penserà la vita con i suoi pugni in faccia a insegnarti che se non ti prendi cura di te stessa, nessuno lo farà per te.

Capitolo 1: Idillio (Si fa per dire)

Un tempo amavo perdutamente una donna che si chiamava Lara. Non so perché mi sia tornata in mente questa vecchia storia che all’epoca mi aveva procurato tanto dolore. Io ero una studentessa un po’ avanti negli anni, fuori corso da un pezzo e non riuscivo a venirne fuori. Vivevo con altre due studentesse, anche loro lesbiche, sebbene molto più giovani di me. All’epoca mi sentivo spesso frustrata e amareggiata perché l’università procedeva a tentoni, mi barcamenavo tra un lavoretto e l’altro per mantenermi e le poche storie sentimentali che intraprendevo finivano quasi sempre sul nascere. Insomma, un bel quadretto allegro e promettente. Ero solita naturalmente frequentare le chat per sole donne per coltivare di tanto in tanto l’illusione che nella mia vita vi fosse anche un lato sentimentale. Era in chat che avevo il primo approccio con quelle che sarebbero diventate in un secondo momento le mie mancate storie e fu lì che incontrai anche Lara, l’unica che fece la differenza dentro di me e di conseguenza la sola che mi lasciò in uno stato di devastazione senza precedenti nel momento in cui la cosa finì. Ci vedemmo la prima volta in un banalissimo bar della città in cui studiavo. Lei era vestita come una ragazzina, nonostante avesse più di quarant’anni, ed esibiva un sorriso candido e sicuro di sé. La mia cupezza rimase abbagliata da tanta solarità e si eclissò, lasciando il posto alla ragazza propositiva che era in me, di cui io non sospettavo quasi l’esistenza. Sedute al tavolo del bar ci raccontammo le solite storielle che ci si racconta in quelle circostanze, poi dopo cinque minuti lei mi disse che mi trovava carina. Sprofondai nell’imbarazzo, ma contemporaneamente, percepii un certo piacere nel sentirmi fare quel complimento, insieme alla speranza che ne arrivassero altri. Parlammo per un’oretta del più e del meno, infine lei mi disse che doveva andare, così ci salutammo baciandoci sulle guance. Ci scrivemmo via sms per alcuni giorni, sms coi quali Lara si divertiva di tanto in tanto a provocarmi, inserendo tra le righe fugaci ma mirate allusioni sessuali. Poco dopo decidemmo di vederci di nuovo, stavolta di sera, e ci trovammo in un minuscolo bar gay, frequentato prevalentemente da donne. Qui parlammo ancora e ancora, ma dal suo sguardo sembrava che Lara fosse interessata ad altro, cosa che trovava in me terreno fertile, da quanto ero in astinenza. Alle 11, nonostante mi fossi divertita, dissi che dovevo andare a casa perché il giorno dopo avevo l’ultima lezione di un corso che seguivo all’università. Lara si offrì di accompagnarmi e io accettai, nonostante mi tremassero le gambe per la paura che fra noi potesse già accadere qualcosa. Ho sempre cercato di andare per gradi in queste cose, ma avevo sempre avuto difficoltà perché le ragazze che frequentavo il più delle volte volevano tutto e subito, il che mi spingeva ad assecondarle per paura di perdere un’occasione. Cosa non si fa per mancanza di sicurezza in se stesse! Naturalmente le mie frequentazioni scomparivano subito dopo aver ottenuto quel breve e poco intenso rapporto sessuale. In ogni caso, avevo l’impressione che Lara fosse invece molto interessata a me e lasciandomi trasportare da quell’impressione le chiesi se volesse salire. Fu così che consumammo il nostro primo rapporto sessuale alla seconda uscita. Non fu nemmeno male devo dire, solo che il mattino seguente a lezione ebbi serie difficoltà a stare attenta. Frustrata e paranoica non riuscivo a liberarmi dell’idea che non ci saremmo più viste, esattamente come succedeva di solito. Ma intorno a mezzogiorno Lara ricomparve con uno dei suoi soliti messaggi, facendomi capire che nulla era cambiato rispetto a prima che facessimo l’amore. Questo per me fu più che sufficiente per lasciarmi andare, avevo avuto la prova del suo interesse per me, ora tutto sarebbe andato bene automaticamente.
Ci sono delle volte in cui è come se la vita cercasse di insegnarti qualcosa, quasi volesse dirti “hey, svegliati, non vedi come stanno realmente le cose?”. “Nossignora, non lo vedo come stiano realmente le cose altrimenti limiterei le cazzate che faccio”, sarebbe la risposta adatta.

Capitolo 2: Sconfitta (Ma dipende dai punti di vista)

Racconti lesbo, La rinuncia, di LadyluDopo un paio di mesi di frequentazione accadde la cosa che mai mi sarei aspettata. Stavamo andando a pranzo assieme, ero persino andata a prenderla all’uscita dell’ufficio ed ero al settimo cielo per questo. Ridevamo come due ragazzine sedute al tavolo del bar, non mi ero mai sentita così legata a qualcuno. D’improvviso un uomo sulla cinquantina si avvicinò al nostro tavolo e rivolto a Lara disse: “ciao, come mai da queste parti?”. Lei si voltò e si soffermò a guardarlo per qualche istante, mentre il sorriso sulla sua faccia non cambiava di una virgola. “Ciao, non lo vedi? Sto pranzando con una collega”, rispose prontamente, mentre nella mia testa si mescolavano svariate sensazioni sgradevoli. “Bene, ci vediamo più tardi a casa, buon pranzo”, rispose lui, voltando le spalle e allontanandosi. Io rimasi agghiacciata, mi sembrò per un attimo che lì, seduto a quel tavolo, ci fosse solamente il mio corpo, ma non io nella mia interezza. Mordendo nuovamente il suo panino Lara mi disse che si trattava di suo marito e, quasi come fosse una cosa normale, aggiunse che non me ne aveva parlato perché era seriamente interessata a me e non voleva rovinare tutto. Cosa non si fa quando si è presi a tal punto da qualcuno e l’autostima continua a scarseggiare! Ebbene si, io ci passai sopra, anzi arrivai a sentirmi vicina a lei, a comprendere le sue problematiche, obliando completamente le mie. E quali furono le conseguenze di tutto questo? Che la nostra frequentazione continuò per un anno e mezzo, tra una gastrite e uno svenimento da parte mia, con tanto di “Chissà che cosa mi succede? Eppure le analisi del sangue dicono che è tutto regolare!”. “Non sai vivere, cara mia”, continuava a rispondermi la vita, mettendomi continuamente di fronte ad evidenze che i miei occhi rifiutavano di vedere. Un anno e mezzo di evidenze: lei che la sera, dopo aver visto me, tornava a casa da suo marito, lei che passava il giorno del suo compleanno con il marito e la famiglia per poi incontrare me a fine serata a bere qualcosa in uno squallido bar, lei che quando incontravamo qualcuno che conosceva per strada continuava a dire che eravamo colleghe, lei, sempre lei! La vita mi diede l’ennesima lezione quando un giorno io e Lara ci incontrammo in uno dei soliti bar. Aveva il suo solito sorriso e io uno dei miei consueti mal di stomaco. Iniziò a dirmi che nella vita c’era una cosa che bramava più di ogni altra e che fino a quel momento non era ancora riuscita ad ottenere. Le chiesi di che si trattasse e lei rispose che era incinta. Lì vigliaccamente mi sentii leggermente sollevata, perché una cosa del genere faceva sì che non dovessi essere io a prendermi la briga di interrompere quella relazione, era come se la vita avesse deciso per me, ma si trattava di un’illusione. Immediatamente infatti, la vita mi lanciò l’ultima sfida per vedere se stavolta l’avrei còlta. Lara disse che nulla sarebbe cambiato, che voleva ancora vedermi, amarmi, fare l’amore con me, pur rimanendo con suo marito a crescere il bambino. E fu lì che finalmente mi si aprirono gli occhi, realizzando che avevo di fronte a me una persona priva di qualunque forma di criterio e che io finora, esponendomi a quell’elevata quantità di mancata autostima, avevo dimostrato di essere priva della stessa cosa. Quindi la vita era tornata a dirmi ancora una volta che dovevo essere io a decidere e io scelsi di concludere lì. La guardai per l’ultima volta negli occhi, chiedendomi amaramente se fosse minimamente cosciente di sé e di ciò che faceva, dopo di che mi alzai e la salutai per sempre, senza versare nemmeno una lacrima. I mesi successivi furono molto duri per me, Lara mi mancava, insieme ai suoi baci e alle sue parole dolci e purtroppo non riuscii a pensare a quanto invece stessi male mentre ci frequentavamo, in primo piano c’era solo il senso di vuoto. Ma fortunatamente quel periodo passò, io riuscii a concentrarmi sull’università e iniziai a fare il conto alla rovescia verso la laurea. Presi ad autostimolarmi, somministrandomi piccole sfide, piccoli obiettivi. Dopo la laurea mi trasferii e non tornai più nella città in cui studiavo. Ripensando oggi a quel periodo non riesco a non provare una profonda tristezza, accompagnata però alla solidarietà verso me stessa per com’ero allora. Oggi la mia vita è completamente diversa e non somiglia più neanche lontanamente a quella, che stento quasi a riconoscere.

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Proibita visione

Annoiata e sfinita dai rumori del traffico provenienti dalla finestra spalancata, mi alzai dal divano, decisa a trovare qualcosa da fare in quella soffocante giornata estiva. Gironzolai per alcuni secondi al centro della stanza, facendomi venire se possibile ancora più caldo, ma non mi venne in mente niente da fare. Essere a casa quel giorno avrebbe dovuto darmi uno slancio attivo verso le cose cui non riuscivo mai a dedicarmi a causa del lavoro, invece niente, il caldo sembrava bloccarmi in una trappola di noia e insofferenza. D’un tratto un pensiero inaspettato e singolare mi attraversò la mente: chissà se la mia coinquilina era a casa! Difficile a dirsi, essendo Amanda la ragazza più silenziosa del mondo! Mi venne la strana idea di guardare dal buco della serratura della porta che divideva le nostre camere da letto. Cercando di inquadrare per bene ciò che vedevo, mi grattai vicino all’inguine a causa della lieve irritazione che il sudore iniziava a procurarmi. Vidi distintamente Amanda seduta sul letto con i gomiti appoggiati alle ginocchia, corrucciata in un’espressione che sembrava più annoiata della mia. La mia bocca si allargò in un sorriso, insieme al pensiero di bussare immediatamente alla porta per chiedere alla coinquilina di fare qualcosa insieme. Ma proprio in quell’istante la porta alle spalle di Amanda si aprì. Entrò una ragazza bruna, molto ma molto bella, cui la mia coinquilina saltò praticamente addosso. Davanti al mio sguardo attonito, le due ragazze si gettarono sul letto l’una sull’altra, in un impeto di passione come raramente mi era capitato di vedere. Senza che me ne rendessi conto, la mia mano raggiunse l’inguine e si strusciò più in basso, raggiungendo le labbra. La visione delle due ragazze, ora completamente nude, stava procurando in me un’eccitazione senza precedenti, scacciando decisamente via la noia. Strusciando le dita dolcemente tra le mie labbra umide, rimasi in ginocchio a guardare le due avvinghiate sulle lenzuola. I loro corpi in movimento sembravano una specie di miracolo della natura, i loro sospiri e il crescente ansimare suonava come il respiro della vita, che si manifesta nell’amore. Non coglievo i particolari di quanto facevano, nascondendo la schiena di Amanda gran parte della scena, ma ass****re a quel gioco tutto al femminile mi fece rinascere, mentre il mio corpo, sempre più sudato, godeva dell’intensa visione percepita dagli occhi. I gemiti e i sospiri di Amanda e la sua amica raggiunsero l’apice, mentre giungeva caldo e sudato il mio orgasmo, che con incredibile simultaneità si aggiunse a quello delle altre due. Accasciatami poi a terra mi resi conto che, nonostante fossi ora decisamente più sudata, mi sentivo anche rinfres**ta e mi preparai per andare in doccia, custodendo gelosamente in me il segreto di quella visione proibita, che con un po’ di fortuna avrebbe potuto ripetersi nel corso di quell’estate.

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Alina
Parte I
Alina lavorava in un bar poco fuori del centro, uno di quei locali di campagna che sembrano dimenticati da Dio, ma che in realtà, una volta che ci sei entrata, scopri essere grandemente frequentati. Una collina verdeggiava a qualche centinaio di metri dal bar, rendendo oscura l’atmosfera, quando la sera il sole scompariva precocemente dietro la gobba verdeggiante. Qualcosa di magico risiedeva tra le fronde degli alberi che si agitavano di fronte al bar di Alina, mentre il vento soffiava impetuoso e le nubi sembravano correre alla velocità della luce. “Come sei bella”, pensai fra me e me incantata, la prima volta in cui vidi Alina e la sorpresi a ridere timidamente sotto gli sguardi maliziosi di certi clienti. Quei suoi occhi azzurri erano gelide perle preziose. La pelle lattea e i capelli biondi la facevano sembrare una specie di divinità lunare. “Sei così bella che per te potrei anche fare una follia”, avevo pensato. Ma le due volte successive in cui tornai a bermi una birra al bar, appositamente per vedere lei, non mi riuscì ancora di fare alcuna follia. Nell’avvicinarmi al banco per sondare il terreno ero rimasta terrorizzata da quello sguardo glaciale e bollente al tempo stesso, che sembrava volermi stringere in una morsa di ghiaccio e fuoco. Così avevo desistito e confinato Alina nelle zone più ombrose e intime della mia immaginazione. Ma un venerdì sera, dopo una giornata lavorativa decisamente poco gradevole, durante la quale stavo per mettere le mani al collo al mio capo, mi recai al bar e mi sentii rinascere nel vedere Alina sorridere alla cameriera che per pochi spiccioli le dava di tanto in tanto una mano.
“Una birra?”, chiese Alina quando vide che mi trascinavo al banco. “No, ti ringrazio”, sorrisi, “stavolta ho bisogno di qualcosa di diverso, dammi una vodka”.
“Ah, ottima scelta, ho una vodka che mi ha inviato mia madre”, esclamò col suo accento russo.
“Bene, mi piace”, sorrisi, sentendomi già ebbra prima di iniziare a bere, “viene dalla Russia quindi?”.
“Eh, si”, sospirò lei in un modo che sembrava nascondere una grigia malinconia. Alina mi porse un bicchierino di vodka secca e tornò a maneggiare bicchieri e bottiglie, mentre il suo sorriso si spegneva lasciando il posto ad un’espressione di triste amarezza. Nel vederla così incupita ebbi l’impulso di correre dietro il banco per stringerla a me. Quel pensiero, unito al primo sorso di vodka, mi fece sentire un calore interno che mi diede una specie di stimolo a reagire. “Ti manca il tuo paese?”, chiesi.
Lanciandomi uno sguardo fugace, Alina sorrise, ma non rispose, come volesse sorvolare. Fissandola mentre andava a servire ad un tavolo, mi accorsi che fingere non era l’attività che le riuscisse meglio. Aveva gli occhi lucidi e sembrava che i muscoli del suo viso si sforzassero faticosamente per non piegarsi in un’espressione disperata. Abbassai lo sguardo al banco, ingobbendomi sul mio bicchierino e afferratolo trangugiai tutta d’un fiato quella vodka secca, che mi pugnalò lo stomaco. Dopo qualche secondo mi sentii più leggera, quasi svolazzante sul soffitto di legno del locale, anziché seduta sullo sgabello.
“Senti, me ne daresti un altro?”, chiesi ad Alina, non appena ricomparve sul retro del banco.
“Certo”, sorrise lei, con aria leggermente risollevata, “però non posso darti la stessa vodka di prima, quella era solo un assaggio per una cliente speciale, ti do un’altra vodka”.
Quelle parole mi lasciarono di stucco. Perché io ero una cliente speciale, forse perché sembravo solidale con lei? Forse perché le piacevo? La mia confusione si riversò anche all’esterno e mi fece dire una cosa che mai avrei pensato di poter dire.

Parte II

“Sei molto bella, mi piacerebbe farti un po’ di compagnia qualche volta”, dissi tutto d’un fiato.
Senza scomporsi minimamente, Alina prese un altro bicchierino, lo posò sul banco con forza e dopo aver versato altra vodka russa sia a sé che a me, lo sollevò in aria. “Salute”, disse guardandomi negli occhi.
“Salute”, risposi io facendo lo stesso.
Bevemmo tutto d’un fiato il bruciante liquido e posammo il bicchiere sul banco. Durante la successiva mezzora, mentre cercavo di ritornare coi piedi per terra in modo da riuscire ad andarmene a casa, guardai Alina muoversi fra i tavoli di legno nerastro del bar. Il modo in cui riusciva a scivolare tra gli angusti spazi del locale muovendo i fianchi come una danzatrice del ventre, la faceva sembrare un’artista del ballo succube di uno scherzo di cattivo gusto. Dopo un altro quarto d’ora di rintronamento, decisi di provare a trascinarmi verso casa, che fortunatamente non era lontano dalla zona. Mi sembrava che tutte le persone del bar fossero dentro la mia testa, insieme al loro confuso vociare. Mi voltai lentamente da tutte le parti per vedere Alina, in modo da poterla salutare, ma in quel momento sembrava scomparsa. Senza aspettare oltre, onde evitare di impazzire, agguantai la giacca e corsi verso l’uscita. Un secondo dopo mi ritrovai lunga e distesa per terra, inciampata su una manica della mia stessa giacca che mi stava scivolando da sotto il braccio. Nell’ubriachezza del momento mi resi conto di aver battuto forte un ginocchio, ma l’alcool attutì il dolore. Sentii una mano che dolcemente si posava sulle mie spalle. “Tutto bene?”, chiese con un filo di preoccupazione la voce di Alina.
Ancora stesa a terra alzai lo sguardo al soffitto e vidi i suoi dolcissimi occhi impegnati in un’espressione vagamente contrita.
“Si si, ti ringrazio”, risposi alzandomi più velocemente che potevo.
“Aspetta…”, sentii ancora pronunciare dalla sua voce, mentre mi scaraventavo fuori. L’aria gelida di dicembre mi riportò immediatamente alla dura realtà delle cose.

Facevo un lavoro che mi faceva schifo, tanto quanto mi faceva schifo il mio capo, non avevo una storia da due anni e le poche donne con cui ero uscita negli ultimi tempi mi avevano fatto sperare che la serata finisse il prima possibile. Lanciai uno sguardo a sud, dove la collina veniva rischiarata dalla gelida luce lunare. Alcune nubi arrivavano da est, proprio come Alina, probabilmente erano cariche di neve. Di lì a poco io sarei stata sola sotto le mie coperte ad aspettare che mi passasse la sbronza, indifferente a quel candore che da piccola mi faceva impazzire di gioia. Non so come, arrivai a casa.
La sera seguente ripensai alla pessima figura che avevo fatto al bar. Non mi importava tanto dei clienti, quanto di Alina e del fatto di averla messa in imbarazzo. Dopo aver letto un ebook erotico per nutrire solo virtualmente le mie esigenze sessuali, decisi di aspettare l’orario di chiusura del bar per andare lì a scusarmi. Indossato il cappotto a chiodo marrone e le scarpe più calde che avevo, mi avviai a piedi lungo il marciapiede. Il freddo era più pungente e le nuvole ricoprivano il cielo come una cappa opprimente. Circa dieci minuti dopo mi trovavo già a pochi passi dal locale. Vidi gli ultimi clienti barcollanti uscire, mentre Alina si affrettava a seguirli in direzione dell’ingresso in modo da chiudere non appena avessero messo piede fuori. Feci una corsa per riuscire a beccarla prima che chiudesse, ma quando mi trovai alla porta lei dietro il vetro mi dava già le spalle. Così bussai delicatamente, facendola sobbalzare. Nel rendersi conto che ero io, i suoi occhi azzurri si distesero in un sorriso.
“Ciao, che ci fai qui a quest’ora? Il bar è chiuso…”, disse aprendomi la porta. “Scusa, lo so”, risposi, “volevo parlarti un attimo?”.

Parte III

Con la sua solita gentilezza Alina mi invitò ad entrare dentro il locale spoglio. Il calore dell’ambiente, accompagnato da un lieve profumo di fritto, era decisamente invitante.
“Volevo… scusarmi con te per ieri sera…”, sussurrai mentre mi accompagnava al banco.
“Per cosa?”, chiese smarrita, “siediti pure”.
“Per la scenetta che ho fatto…”, spiegai, “sono caduta per terra e… non ero un bello spettacolo per il locale”.
Inaspettatamente Alina si mise a ridere di gusto a quelle mie parole. “Scusa”, esclamò col suo accento russo, “non rido per te. Ci sono tanti uomini che entrano ed escono dal bar e sono tanto più ubriachi di te e anche violenti certe volte. Per questo rido, è strano che tu ti scusi”.
Le sue gote erano diventate da bianche come la neve a rosa pesca. Incantata dalla sua dolcezza, non potei fare a meno di avvicinarmi al suo viso per baciarla. Fu un bacio labbra su labbra, senza particolare ardore, privo della bramosia del sesso. Ma si trattò comunque di un bacio pieno di calore e, oserei dire, di amore. Un istante dopo Alina

ebbe un mezzo mancamento, piegò le ginocchia e appoggiò una mano al bancone. “Hey, tutto bene?”, chiesi tenendola per i fianchi.
“Si”, sospirò, “sono solo molto stanca”.
Il cuore mi saltò in gola per l’emozione quando subito dopo appoggiò una guancia sulla mia spalla. Allungai le braccia attorno al suo corpo caldo e la strinsi a me. Quell’abbraccio caldo e coccolante durò qualche minuto, ma avrei preferito che non finisse mai.
Senza proferire parola Alina si staccò delicatamente da me, mi prese per mano per poi condurmi alla scricchiolante scala di legno nascosta subito dietro il bar. Strada facendo spense le luci, facendoci piombare in un buio quasi totale. Camminando piano, strette l’una all’altra, salimmo le scale. Giunte al piano di sopra Alina si staccò da me per accendere la luce. Ecco che un’abat-jour rosso fuoco illuminò l’ambiente, scaldando l’atmosfera di quella che a tutti gli effetti sembrava una mansarda. Ci trovavamo esattamente sotto il tetto. Tutto era in legno, le pareti come le doghe del letto e i braccioli di un minuscolo divano, accampato di fianco ad un tavolino con un cesto di frutta.
In quell’istante mi resi conto che quella era la casa di Alina.
“Ma… tu vivi qui?”, chiesi, un po’ intimorita all’idea di essere troppo indiscreta. “Si, ti piace?”, rise lei.
“Beh… si, è molto intima”, risposi ridendo a mia volta.
Alina si sedette sul letto e allungò un braccio verso di me perché la raggiungessi. Obbedii e mi accomodai al suo fianco. Non potei res****re al suo azzurro sguardo così la baciai subito di nuovo. Lentamente ma inesorabilmente il nostro bacio divenne caldo ed eccitato. Ci stendemmo una di fianco all’altra e ci spogliammo, un pezzetto alla volta, scoprendoci ed apprezzandoci con calma. Il suo pallido corpo nudo con la pelle d’oca sembrava fatto apposta per essere idolatrato. La invitai ad infilarci sotto le coperte, dove saremmo potute stare più al caldo. Lì, avvinghiate l’una sull’altra, ci lasciammo trasportare dal desiderio e dal piacere che le nostre reciproche carezze ci portavano. Dopo un paio d’ore di dolcezza e piaceri ci abbandonammo sfinite alla stanchezza. Alina lanciò uno sguardo alla finestra e vide che nevicava. “Hey, sta nevicando”, disse, “non ci siamo accorte, chissà da quanto nevica”. Mi misi a sedere e guardai la neve scendere copiosa e danzante, sopra i pini del bosco che nasceva poco oltre la finestra. In quel momento mi sentii di nuovo eccitata e felice al pensiero della neve, esattamente come quando ero piccola. “Io ho provato sai… con un uomo voglio dire”, sospirò Alina in quel momento. “Mi stavo anche per sposare una volta”, continuò incupendosi, “ma… non c’era niente da fare, non mi piaceva, poi…”.
“Poi?”, chiesi io, pendendo dalle sue labbra. “Niente…”, concluse lei, “ti piace la neve?”.
“Prima di venire qui da te questa sera ti avrei detto che non me ne importava niente”, spiegai, “ora mi sembra la cosa più bella che abbia mai visto”.
Alina sorrise e non aggiunse altro. Ci stendemmo sotto le coperte insieme e ci addormentammo, chiedendoci forse cosa sarebbe stato il futuro. Chissà, magari ora che ci eravamo incontrate alcune cose nelle nostre vite sarebbero cambiate.

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La storia di Dafne

Dafne è un imprenditrice di successo di una grossa azienda romana che opera nell’ambito della logistica, un settore in cui la gran parte degli occupati sono uomini, quindi si trova ad essere avere come sottoposti tutti componenti del cosiddetto sesso forte.
Fisicamente è di altezza media, capelli castani, una terza di seno abbondante, un sederino che come si dice con frase fatta parla da solo. Arriva sempre in ufficio vestita in un modo talmente appariscente da mettere in evidenza le forme del suo seno e del suo sederino e indossando scarpe di marca con i tacchi per mettere ulteriormente in soggezione gli uomini che sono sotto le sue dipendenze.
Profumo di Dafne a casa e con gli amici è inveceuna donna dolce e romantica anche se il rapporto con il marito è ormai deteriorato per via dell’incapacità di questi di soddisfarla sessualmente, infatti a letto ritorna la Profumo di Dafne che si manifesta in azienda è una dominante e questo intimidisce il marito che certo non è un cuor di leone e che spesso ha erezioni brevi e insoddisfacenti.
Dopo qualche anno di questo manage familiare insoddisfacente le capita per puro caso di visitare per caso un blog di una nota mistress che racconta di come è giunta a capire la sua natura dominante, di quali siano le attività che impone ai suoi schiavi, di come li punisce e umilia. Profumo di Dafne è allo stesso tempo spaventata ed eccitata perchè capisce che la sua natura è davvero molto simile a quella di questa mistress e le scrive facendole delle domande. La mistress in questione capisce subito dal modo di esprimersi che la persona con cui sta parlando ha una natura dominante, ma ha paura ed esplicarla e la invita nel suo locale per il sabato sera dicendole che la cosa è senza impegno, che non pagherà nulla, ma la vuole conoscere perchè la sua personalità la affascina.
Il sabato accampando alla famiglia inesistenti impegni di lavoro Profumo di Dafne si presenta nel locale della mistress, la quale la saluta e le dice che dallo scambio epistolare ha capito che la sua natura è uguale a quella di Profumo di Dafne, ma non le vuole forzare la mano e le chiede di assistere, da solo.
Le scene alle quali assiste la sconvolgono, ma allo stesso tempo la eccitano non aveva mai pensato che degli uomini avessero potuto farsi fare certe cose da una donna: frustare, torturare i capezzoli, farsi colare cera bollente. Le scene a cui assiste la sconvolgono profondamente, così come la eccitano molto. La mistress che si chiama Anna capisce che basta poco a Profumo di Dafne per fare il grande salto e le dice che la aspetta l’indomani per far provare Profumo di Dafne questa esperienza, ma lei risponde che non sa se verrà perchè la cosa l’ha eccitata, ma allo stesso tempo spaventata, ma Anna le risponde dicendole sono sicura che verrai.
Profumo di Dafne riflettè tutta la notte su quello che aveva visto e su come la aveva eccitata il vedere degli uomini umiliati, puniti, derisi da mistress Anna e la prospettiva di diventare anche lei una mistress la eccitava e gli piaceva un sacco, anche se si vergognava molto dei suoi pensieri e delle sue azioni, ma alla fine il poco godimento sessuale che ricavava dal matrimonio e l’eccitazione che in tutti questi anni aveva accumulato la indusse ad accettare la proposta di mistress Anna e quindi si sarebbe presentata l’indomani nel locale.
Profumo di Dafne in poco tempo diventò una perfetta mistress che si alternava tra il locale di mistress Anna dove con un psedudonimo e una mascherina dava degli spettacoli in cui dominava umiliava, puniva alcuni degli eccitati astanti, a un bilocale della periferia dove riceveva alcuni degli schiavi conosciuti nel locale.
Alcuni di questi diventarono nel corso del tempo degli schiavi a sua disposizione ventiquattro ore su ventiquattro sette giorni su sette, ormai era diventata una mistress di successo e c’era la corsa da parte degli uomini più influenti di Roma a diventare suoi schiavi. Questi dovevano non solo accettare le cose più turpi durante la sessione, ma dato il carattere sofisticato di Profumo di Dafne cosa che si rifletteva anche nel suo modo di essere mistress dovevano accettare qualsiasi cosa nella vita privata.
Spesso questi uomini quando non erano in compagnia della loro dea o mistress erano sottoposti con una cb6000 una cintura di castità che consente la pipì, ma non consente l’erezione in quanto quando l’organo maschile si sta per eccitare sbatte tra le pareti di questo oggetto provocando dolore ed eliminando l’eccitazione. Qualcuno dei suoi schiavi è stato tenuto in queste condizioni anche un mese tenendo le mogli e le fidanzate all’asciutto e dovendo stare attenti a non farsi scoprire con quel terribile strumento. Non era tuttavia detto che sempre all’interno della sessione a questi schiavi fosse dato piacere, infatti Profumo di Dafne amava leccare le palle e la cintura di castità per far impazzire ancora di più questi schiavi.
Ovviamente questa non era l’unica tortura a cui Profumo di Dafne sottoponeva i suoi schiavi, essi infatti subivano torture di tutti i tipi dagli aghi, alle mollette sui cappezzolia frustate di ogni tipo e intensità.
Profumo di Dafne stava attraversando uno dei periodi più belli della sua vita: il lavoro e l’azienda andavano a gonfie vele, la vita sessuale era un successo, l’unica cosa che non andava era il rapporto con suo marito, ma questo era sempre stato così fin da quando si erano sposati e se ne erano fatti una ragione.
Delle nubi però si stavano però scagliando all’orrizonte: una mattina arrivò una mail che mandò Profumo di Dafne nel panico: l’azienda che vendeva il gasolio per i camion della sua azienda chiedeva dei pagamenti più ravvicinati di quelli stabiliti fino a poco tempo fa pena penali e interessi molto elevati. La cosa certamente non avrebbe fatto fallire la sua azienda che era finanziariamente molto solida, ma sicuramente la metteva in grosse difficoltà. Profumo di Dafne prese allora il toro per le corna chiedendo all’amministratore delegato di questo fornitore un incontro.
L’uomo nel corso dell’incontro ribadì le sue posizioni dicendo che le banche non davano più il credito di un tempo e che quindi non erano più in grado di fare le stesse condizioni di prima. Dopo un certo tira e molla l’uomo disse che forse una soluzione ci sarebbe. Disse a profumo di Dafne che era venuto a conoscenza della sua vita privata e della sua sessualità alternativa perchè un suo amico era uno dei suoi schiavetti, ma che lui non era per nulla attratto da quella cosa, ma se avesse accettato di essere completamente la sua schiava per un anno, sette giorni su sette le avrebbe condonato tutti i debiti con la sua azienda.
Profumo di Dafne se né andò cacciando l’uomo dall’ufficio che le disse le do sette giorni per pensarci sulla mia offerta sono sicuro che ci ripenserà!!!! le rispose non ci penso neanche.
Profumo di Dafne fu sconvolta dall’incontro con l’amministratore dell’amministratore delegato della società che forniva il gasolio, infatti era vero che la sua azienda era finanziariamente solida, ma di certo sarebbe stato difficile riuscire a pagare il gasolio nei nuovi termini contrattuali e quindi presto sarebbero nati sicuramente problemi finanziari, mentre accettando la proposta dell’uomo le cose sarebbero sicuramente andate come dovevano andare.
Il prezzo però era altissimo avrebbe dovuto diventare schiava dell’uomo per un anno che se era stato attirato dall’idea di schiavizzare una mistress sicuramente era un sadico e gliene avrebbe fatto passare di tutti i colori e questo la terrorizzava.
Profumo di Dafne per giorni non riusciva a dormire e il pensiero di quale decisione avrebbe potuto essere la migliore la angustiava e si sentiva in trappola, entrambe le decisioni avrebbero avuto conseguenze devastanti per la sua vita proprio in un momento in cui aveva trovato la pace con sé stessa. La scelta era chiara avere problemi finanziari contro subire le peggiori umiliazioni da un uomo sadico: si convince che in realtà non era una scelta e che non aveva alternative dare problemi finanziari all’azienda significava potenzialmente dare problemi economici alla sua famiglia e potenzialmente costringere lei e il marito a cambiare tenore di vita.
Dopo tre giorni quindi chiamò l’uomo e gli disse che avrebbe accettato la sua offerta lui sadicamente gli rispose che sarebbe bastato un solo no a un solo ordine durante l’anno perchè la sua offerta non avesse più valore e profumo di Dafne disse sconsolata di si.
L’uomo allora le disse che da ora in poi per lei si sarebbe chiamato Master Jack e avrebbe dovuto presentarsi a casa sua il venerdì sera per cominciare questo percorso di addestramento e schiavitù.
I due giorni che mancavano all’inizio del suo percorso di schiavitù furono tremendi i pensieri si accavallano sia di giorno che di notte in Profumo DI Dafne incubi compresi.
Alla fine il venerdì sera arriva e Profumo di Dafne si presenta nella villa di Master Jack che le fa firmare un contratto dove si ribadisce quanto detto al telefono vengono considerati estinti i debiti dell’azienda di Profumo di Dafne che in cambio sarà sua schiava per un anno e basterà solo una sua disobbedienza per mandare tutto a monte.
Quella prima sera fu tremenda e piena di vergogna per Profumo di Dafne, le fu ordinato di vestirsi con un microbikini che lasciava veramente poco all’immaginazione e di fare sfilata davanti a un pubblico di amici di Master Jack che la deridevano. Finito di sfilare Profumo di Dafne fu legata a un muro e poco dopo arrivò Master Jack vestito da legionario romano il quale disse al pubblico di amici che guardavano che quella fino ad adesso era stata una mistress e che da ora in poi sarebbe stata la sua schiava. Per Profumo di Dafne l’umiliazione fu tremenda., Master Jack prese una frusta e cominciò a frustare il sederino di Profumo di Dafne, il suo sedere per ogni frustata diventava sempre più rosso e dolorante finchè chiese pietà a Master Jack, il quale chiese al pubblico di amici se esserlo e questi rispondevano sempre implacabilmente di no, arrivato a cinquanta frustate Master Jack si fermò dicendo per oggi può bastare.
La schiavitù di Profumo di Dafne era cominciata e con una terribile prova e il pensiero che poteva andare avanti per un anno da così a peggio la terrorizzava, ma non aveva scelta.
L’umiliazione di quella sera fu solo la prima tappa di un lungo percorso di schiavitù a cui Profumo di Dafne dovette sottostare che colpiva il suo corpo, ma soprattutto la sua mente.. Master Jack le ordinò di non indossare più le mutandine e per provarlo avrebbe dovuto consegnargliele in modo che le metesse sotto chiave per tutto il periodo della schiavitù. Inoltre doveva presentarsi in ufficio con una minigonna sopra le ginocchia col rischio che un cliente o un fornitore pensasse di avere davanti una cagna o una troia..
Il pensiero di quella mattina mentre percorreva la strada da casa sua a quella di Master Jack con la borsetta piena delle sue mutandine mentre una fresca brezza le passava sotto la gonna le procura va ricordi che rimaranno indelebili nella mente di Profumo di Dafne, ricordi di eccitazione ed umiliazione insieme.L’umiliazione di doversi vestire in quella maniera con gonna sempre corta in un ambiente maschile la metteva in forte imbarazzo anche se nessuno glielo faceva notare essendo la padrona. Master Jack le aveva imposto anche di mettere degli ovetti vibranti comandabili con un telecomando wifi che su ordine del suo padrone lei era obbligata a usare: si trattava di una tortura indicibile, incredibile.
Dopo circa una settimana si presentò Master Jack in ufficio in una delle ore in cui il lavoro era più intenso dicendole che la voleva scopare, Profumo di Dafne cercò di res****re facendogli presente il grave carico di lavoro che aveva in quel momento, ma Master Jack fu inamovibile ricondandole l’accordo. Profumo di Dafne reagì chinando il capo dicendo si padrone. Master Jack la prese da senza lubrificazione ben sapendo che il sedere di Profumo di Dafne era quasi vergine e quindi conscio del dolore che le avrebbe provocato date le dimensioni del suo cazzo. Finito l’amplesso infatti a Profumo di Dafne bruciava in modo impressionante il culetto, sembrava quasi che fosse stata introdotta una dose massicia di peperoncino o di zenzero. Master Jack fu assolutamente un bruto e sborrò nel sedere di Profumo di Dafne, costringendola poi a pulirgli il cazzo. Quando Profumo di Dafne lo prese in bocca stava per vomitare la combinazione dell’odore della sborra, con l’odore del sedere dove Master Jack aveva messo il cazzo era nauseabondo. Una volta soddisfatto Master Jack le disse che l’avrebbe aspettata la sera a casa sua per la mancanza di rispetto che aveva dimostrato nei confronti del suo padrone. Profumo di Dafne reagì facendo di si col capo, ma Master Jack non fu soddisfatto, allora lei disse si padrone e allora l’uomo affermò che cos’ andava bene.
Tutto il pomeriggio Profumo di Dafne non riuscì a lavorare con la mente sgombràa in quanto era angustiata dalla punizione che avrebbe dovuto subire la sera e diversi collaboratori capirono che c’era qualcosa di strano, ma nessuno osò dire niente.
La sera Profumo di Dafne si presentò a casa di Master Jack che la accolse con un cane uno strumento di punizione delle scuole inglesi fino a non molto tempo fa e le ordinò di alzare la gonna dicendole che per l’affronto di oggi l’avrebbe colpita con trenta colpi sulle terga. Per ogni colpo per Profumo di Dafne era una tortura, dopo dieci colpi cominciarono ad apparire delle piaghe sul sederino e i colpi le sembravano una vera e propria tortura fino a quando giunse la fine che fu una vera e propria liberazione. La schiavitù a cui era sottoposta stava diventando una prova sempre più difficile da sostenere, una cosa che non aveva mai pensato nel momento in cui aveva accettato.
Master Jack la congedò dicendole che per oggi era sufficiente, ma per i prossimi quindici giorni avrebbe dovuto stare in castità forzata, non avrebbe potuto scopare con suo marito(vabbè questo era un problema relativo), nè toccarsi, mè masturbarsi in alcun modo e questa era un impresa molto difficile che non sapeva se era in grado di realizzare. Dafne pensava che non avrebbe avuto problemi per la castità forzata praticamente era il regime sessuale coniugale a cui era sottoposta prima di trasformarsi prima in mistress e poi in schiava, ma non aveva fatto i conti con il suo corpo, con la mente e con le perfidie a cui aveva pensato Master Jack.
Il primo giorno scorse abbastanza tranquillo nonostante l’abbigliamento con cui era costretta a lavorare, ma ormai si era abituata e non ci faceva più caso e fino alla fine della giornata lavorativa tutto ad andò tranquillo, troppo tranquillo pensava Profumo di Dafne.
Uscita dal lavoro Profumo di Dafne trovò un nero tarchiato, con occhiali da sole che scendendo da una macchina le fece il gesto di seguirlo perchè era lì su ordine del suo padrone. Durante il tragitto Profumo di Dafne cercò di scoprire dove l’uomo l’avrebbe portata, ma questi fu irremovibile che Master Jack il suo datore di lavoro gli aveva ordinato di non dirglielo e non voleva perdere il posto di lavoro.
La macchina entrò in un enorme villa che si trovava fuori città all’interno di un immenso parco. Una volta parcheggiato Profumo di dafne fu accompagnata all’interno dove prestò capì che si trattava di un centro massaggi. Venne fatta spogliare e le fu detto che Master Jack le aveva offerto una seduta di massaggi che sarebbe stata effettuata da uno dei loro massaggiatori più belli profumatamente pagato da Master Jack per prestare il servizio completamente nudo.
Si trattava di un ragazzo sui ventiquattro anni mulatto, alto con fisico scolpito e con un cazzo che sembrava una proscide di un elefante. Profumo di Dafne capì subito che res****re a dieci giorni di castità non sarebbe stato facile dato che Master Jack se ne sarebbe inventate di tutti i colori.. Il ragazzo cominciò a massaggiare Profumo di Dafne senza toccare mai parti sensibili come i cappezzoli e la passerina, fece cioè un normalissimo massaggio, ma il suo essere completamente nudo e la vista di quel cazzo eccitò sensibilmente Profumo di Dafne che sapeva di non potersi toccare le parti intime per dare sfogo all’eccitazione, nè di poterlo chiedere al ragazzo, un vero inferno. Finito il massaggio le fu consentito di tornare a casa e la prima cosa che profumo di Dafne fece fu farsi una doccia fredda, infatti la sua capacità di resistenza era stata messa a dura prova e senza raffreddare i suoi bollenti spiriti difficilmente avrebbe resistito alla castità per molto.
La notte mise però a dura prova Profumo di Dafne come si sa infatti di notte lavora il subconscio e questo lavorò contro Profumo di Dafne che sognò il massaggiatore prima mentre le leccava avidamente la passerina e poi mentre la penetrava analmente in maniera brutale. Profumo di Dafne fu costrettoa farsi un altra doccia fredda nel cuore della notte se voleva res****re, infatti i sogni dall’alto carattere erotico che aveva fatto l’avevano talmente eccitata che gli umori avevano cominciato a sgocciolare dalla passerina fino a scendere lentamente lungo la gamba.
Profumo di Dafne non avrebbe neanche lontanamente immaginato che la prova della castità forzata sarebbe stata così difficile e res****re dieci giorni sarebbe stata un impresa, infatti chissà quali altre diavolerie si sarebbe inventato Master Jack.
Il giorno dopo Profumo di Dafne tornò in ufficio come nulla fosse, finchè a mezzogiorno fece la sua comparsa Master Jack che le ordinò di chiudere la porta che doveva controllare se aveva resistito. Master Jack alzò la gonna e mise un dito sulla passerina e vide che era tutta bagnata e affermò che era un segno che stava resistendo, ma avvertendola di non fare la furbetta perchè la stava facendo pedinare e che ogni giorno finito il lavoro sarebbe stata portata nel centro massaggi e che soprattutto il fine settimana sarebbe dovuta andare con lui al mare.
Nel centro massaggi ogni giorno veniva massaggiata da ragazzi diversi tutti belli, bravi massaggiatori e dotati e ogni giorno diventava sempre più difficile res****re, ma con enorme difficoltà Profumo di Dafne riuscì a res****re finchè arrivò il venerdì sera quando uscita dall’ufficio venne prelevata dall’autista per essere portata nella villa al mare di Master Jack. Dopo qualche ora di macchina l’autista arrivò a destinazione e giunse nella villa di Master Jack in una famosa località balneare del litorale romano. La villa era stupenda la macchina percorse un enorme parco che impediva dall’esterno di vedere l’edificio della villa. Dopo aver parcheggiato l’autista accompagnò Profumo di Dafne da Master Jack che gli fece segno che poteva andare.
Master Jack venne incontro a Profumo di Dafne e la salutò dicendo ciao cagna. La donna in sovrappensiero lo salutò dicendo ciao padrone il che fece lo fece molto arrabbiare che gli fece dire che avrebbe dovuto punirla per questo affronto, infatti mai una schiava poteva rivolgersi a lui dandogli del tu.
Dopo questi primi convenevoli Master Jack alzò la gonna di Profumo di Dafne per controllare se continuava a rispettare la castità forzata e vide compiaciuto che Profumo di Dafne era diventata un lago segno che l’eccitazione era profonda e insostenibile, ma stava resistendo..
Master Jack ordinò poi alla sua inserviente Monica una delle cameriere di far spogliare Profumo di Dafne e di portarla nella palestra della villa legandola alla spagliera che avrebbe dovuto punirla per l’affronto appena subito.
Dopo circa un quarto d’ora Master Jack arrivò nella palestra della villa con una piuma d’oca e cominciò a fare il solletico a profumo di Dafne: la piuma scorse infatti sotto ogni ascella per più di cinque minuti. Poi la slegò, la distese per terra legandole le braccia alla spalliera e le gambe strette con una corda , prese del sale e lo cosparse sui piedi di Profumo di Dafne che si chiedeva che diavolerie avesse in mente Master Jack fino a quando arrivò Monica con una capra. Profumo di Dafne guardò la capra terrorizzata, infatti capì che Master Jack voleva sottoporla a un antica tortura medioevale e che la lingua rasposa della capra avrebbe leccato il sale nei suoi piedi procurandole un sollettico terribile a cui era difficile res****re. E così infatti fu quando Master Jack fece allontanare la capra da Monica per profumo di Dafne fu una vera liberazione, anche considerando che il suo padrone disse che per quella sera poteva bastare e poteva andare a dormire e che domani sarebbe stata una giornata bellissima in sua compagnia e in compagnia del sole e del mare.
Alle otto e trenta del giorno successivo si presentò Monica nella camera di Profumo di Dafne mettendole collare e guinzaglio e dicendole che l’avrebbe portata da Master Jack che doveva andare in bagno .
Master Jack la stava infatti aspettando nel bagno adiacente alla sua camera da letto facendo segno a Monica che se ne poteva andare. Per prima cosa Master Jack disse che gli scappava la pipì e che avrebbe dovuto prendergli in mano il cazzo e indirizzarlo verso il water cosa che Profumo di Dafne fece immediatamente. Master Jack disse poi che doveva pulire il cazzo che era sporco di piscio e Profumo di Dafne istintivamente girò il rubinetto del bidè per prendere l’acqua per pulire il cazzo del suo padrone. Master Jack si mise a ridere e disse che aveva capito male la pulizia doveva farla lei con la sua lingua e la sua bocca. Per Profumo di Dafne fu una vera umiliazione, una signora del suo livello costretta a pulire e leccare un uccello sporco di piscio, ma sapeva di non avere alternative e si mise in ginocchio e cominciò a prendere in bocca e pulire l’arnese di Master Jack. La cosa la faceva quasi vomitare, ma sapeva che poteva permettersi tutto tranne una cosa del genere e con un enorme sforzo di volontà riuscì a leccare e pulire tutto il piscio presente nel cazzo di Master Jacks senza dare nessuna impressione di ribrezzo per l’attività che stava svolgendo.
Finita questa attività Master Jack con fare sornione le disse di mettersi il costume bianco a due pezzi che era sopra la sedia che sarebbero andati al mare.
Una volta arrivati in spiaggia anche le attività più banali creavano imbarazzo a Profumo di Dafne nel darsi la crema solare stava particolarmente attenta a non toccarsi in zone erogene come il seno e le vicinanze degli slip, infatti nella condizione in cui si trovava dopo praticamente una settimana di castità forzata le bastava un niente per eccitarsi e sei bagnava col costume bianco che aveva si vedeva tutto, così come tutti avrebbero visto i capezzoli diventare dritti.
Profumo di Dafne però non sapeva però che non sarebbe stato così facile res****re dato il livello di eccitazione che ormai aveva raggiunto, bastava infatti che qualche bel ragazzo la puntasse cosa non difficile essendo una bella donna che una macchia di umido emergeva dai suoi slip provocandole un forte imbarazzo e risate generali.
La capacità di resistenza di Profumo di Dafne era messa a dura prova tanto che spesso andava in acqua a bagnarsi per tentare di bloccare gli umori e l’eccitazione, ma la cosa diventava sempre più difficile e ostica da fare e l’umiliazione era accentuata dalla risate di master Jack e dei suoi amici che assistevano alla scena.
La cosa andò avanti così per tutto il giorno e una volta arrivata sera la capacità di resistenza di Profumo di Dafne fu messa a dura prova e non sapeva se quella notte sarebbe riuscita a res****re ancora alla castità forzata. Le cose infatti andarono così quella notte nonostante le continue docce fredde e sapendo che la punizione sarebbe stata terribile Profumo di Dafne decise di masturbarsi pensando che qualunque punizione le avrebbe provocato meno sofferenza di quella tortura.
Essendoci le telecamere nella camera dove Profumo di Dafne era alloggiata, Master Jack si accorse subito che Profumo di Dafne aveva violato la castità forzata, ma pensò che la cosa andava cucinata a fuoco lento e fece finta di niente.
La mattinata di domenica cominciò sempre nel bagno di Master Jack e nonostante l’esperienza di pulire un cazzo sporco di pipì non fu per Profumo di Dafne meno traumatizzante. Una volta arrivati al mare Profumo di Dafne sperava che l’effetto eccitazione si presentasse anche se si era masturbata, ma nonostante molti uomini la puntassero lo slip non si bagnava, né tantomeno i capezzoli diventavano dritti per l’eccitazione il che fece dire a Master Jack a pranzo mentre mangiavano in spiaggia che aveva disubbidito e che aveva violato la castità forzata. Profumo di Dafne cercò di bofonchiare che non era vero, ma quando Jack le disse che la camera dove dormiva aveva una telecamera nascosta si arrese e ammise quello che era successo.
Master Jack portò allora la schiava nella villa e le disse che sarebbe stata punita molto severamente in quanto non poteva permettere un simile affronto. Diede a Profumo di Dafne una spugna di ferro di quelle che si usano per pulire e le pentole e le ordinò di masturbarsi con quella fino a che fosse venuta. Quando la cosa successe il dolore per Profumo di Dafne fu tremendo le parti intime le bruciavano in modo tremendo. Master Jack fece segno all’austista di riportare Profumo di Dafne a casa, durante il tragitto fecero una sosta per andare in bagno il bruciore che Profumo di Dafne aveva nella passerina fece in modo che quando la pipì sgorgava era come un coltello che l’avesse tranciata in due dal dolore. Il dolore, l’irritazione e la sofferenza che Profumo di Dafne sentiva per essere stata costretta a masturbarsi in quella maniera non diminuiva e continuò imperterrito per tutta la notte nonostante l’acqua fredda e la crema che aveva cercato di darsi per lenire il dolore, in più Profumo di Dafne non si era neanche azzardata a bere un bicchiere d’acqua per tutta la notte per paura di dover tornare a fare pipì cosa che le faceva subire le pene dell’inferno dato lo stato di irritazione della sua passerina.
La mattina però per presentarsi al lavoro in uno stato presentabile fu costretta a fermarsi al bar a fare colazione cosa che la costrinse neanche dopo un ora ad andare a fare pipì. La pipì calda scorreva tra le pareti arrossate della passerina di Profumo di Dafne producendo dei dolori lancinanti. Questi dolori furono tremendi la pipì aveva infatti prodotto il risultato di acuirli ancorà di più e impedirono a Profumo di Dafne di concentrarsi come avrebbe voluto sul lavoro e ogni tanto si recava in bagno per cospargere di acqua fredda la passerina nel tentativo di farsi passare il dolore.
Finita la giornata lavorativa trovò il solito autista di Master Jack che la portava a fare i soliti massaggi molto particolari e la cosa la terrorizzava alquanto non sapendo se sarebbe riuscita a res****re al dolore che questi le avrebbero provocato data la condizione della sua passerina.
Entrata nel centro estetico Profumo di Dafne fu accomodata, fatta spogliare nel centro massaggi e informata che la massaggiatrice aveva il compito di usare delle creme lenitive sulla sua passerina martoriata, ma prima aveva l’incarico da Master Jack di controllare che non avesse utilizzato sostanze
per lenire il dolore. Profumo di Dafne fu sollevata nell’apprendere che avrebbe subito un trattamento lenitivo che l’avrebbe fatta stare meglio, ma che si vedeva chiaramente che si era cosparsa la passerina di crema e di acqua fredda per lenire il dolore e la massagiatrice si accorse di questo e le disse che avrebbe dovuto informare Master Jack perchè quelli erano gli ordini che aveva ricevuto e Profumo di Dafne fece segno di si col capo con fare sconsolato.
La serata proseguì in modo tranquillo, il suo padrone Master Jack non si era fatto sentire, la passerina cominciava a stare meglio e la sera riuscì ad andare in bagno senza sentire troppo dolore e soprrattutto a dormire la notte. Il giorno il dolore c’era ancora, ma le stava passando e il lavoro era ricominciato normalmente con la solita routine fino a quando arrivò la telefonata di Master Jack che le disse che si era data dei trattamenti lenitivi sulla passerina senza avere il suo permesso e che avrebbe dovuto essere punita. Le ordinò di radunare i suoi ex schiavi e di portarli nel fine settimana nella sua villa e loro sarebbero diventati i protagonisti della sua punizione. Il colpo psicologico per Profumo di Dafne fu tremendo e si rese conto dell’abisso in cui era sprofondata. Master Jack aveva fissato per sabato in una grande villa fuori città la punizione a Profumo di Dafne per aver osato lenire il dolore della passerina senza il suo permesso. L’ordine che il master aveva dato a Profumo di Dafne non le faceva presagire nulla di buono: le era stato ordinato di radunare e invitare per l’occasione tutti quelli che erano stati i suoi schiavi quando faceva la mistress. L’umiliazione di invitare coloro che l’avevano servita, riverita che erano stati usati come zerbini, cessi e il cui unico scopo nella vita era farla godere era tremenda. In breve tempo arrivò sabato sera e in questa enorme villa affitata per l’occasione insieme a Profumo di Dafne fecero la loro comparsa quindici uomini che erano stati gli schiavi di Profumo di Dafne. Emerse subito che Profumo di Dafne non aveva detto a questi il vero scopo della serata e della sua trasformazione, pensavano di essere stati invitati a quella che ritenevano una festa organizzata dalla loro mistress. La notizia gli sconvolse, ma Master Jack fece subito presente che essendo diventata Profumo di Dafne una sua schiava anche loro erano diventati suoi schiavi in quanto nel contratto di schiavitù Profumo di Dafne glieli aveva ceduti. Per prima cosa Master Jack disse che Profumo di Dafne dovrà essere punita per non avervi detto di questa sua nuova condizione: I piedi di Profumo di Dafne furono bloccati in una gogna dopo di che Master Jack ordinò a uno degli schiavi di cospargere del sale sui piedi di Profumo di Dafne, dopo di che Master Jack fece entrare una capra a****le goloso di sale che con la sua lingua rasposa cominciò a leccare le piante dei piedi di Profumo di Dafne procurandole un sollettico tremendo. Dopo un quarto d’ora Master Jack ordinò a uno degli schiavi di riprendere la capra e di interrompere il suplizio con vivo sollievo di Profumo di Dafne che non aveva mai sofferto in questa maniera. Finita questa umiliazione Master Jack disse che Profumo di Dafne doveva essere punita per essersi lenita la passerina arrossata senza il permesso del suo padrone. Master Jack ordinò a ciascuno degli ex schiavi di mettere dei ganci di quelli che si usano per fissare le tende sui capezzoli di Profumo di Dafne e poi dopo secondi di toglierli e lasciare il turno ad un altro che avrebbe fatto la stessa cosa finchè lo avrebbero fatto tutti. Il dolore per Profumo di Dafne fu tremendo gli anelli delle tende stringono molto di più di quelli che possono essere altri mezzi di tortura dei capezzoli, ma quello che era più devastante era il fatto che gli ex schiavi non avevano pratica di questa attività quindi mettendo gli anelli delle tende in modo improvvisato questi facevano ancora più male. Finita questa tortura Master Jack disse che la punizione non era stata sufficiente affinchè Profumo di Dafne nel proseguio fosse stata una buona schiava e diede loro una stecca di bambù a testa e avrebbero dovuto dare a Profumo di Dafne dieci steccate a testa. Alla fine Profumo di Dafne ricevette centocinqua colpi con la stecca di bambù, il dolore era tremendo e visibili le piaghe sul suo culo.
Il giovedì successivo all’uscita dall’ufficio, Profumo di Dafne trovò una Porsche Cayenne ad aspettarla. Venne fatta sedere nella parte posteriore della macchina dove c’era una donna che non aveva mai visto né conosciuto prima che si era presentata come Mistress Jane. Nella parte anteriore della macchina invece c’era Master Jack con l’autista che le fece presente che durante il viaggio sarebbe stata testata.
Mistress Jane le spiegò che quello a cui erano diretti era uno degli eventi più importanti del jet set europeo amante del bdsm e che le schiave erano state accuratamente selezionate per il loro masochismo e capacità di sottomissione e soprattutto i padroni e le padrone erano tra i più sadici del continente. Le fece presente che lei e i suoi compagni di di sventura erano stati ingaggiati da annoiati ricchi europei per ass****re a uno spettacolo e che quindi ogni errore, ogni comportamento non ritenuto soddisfacente sarebbe stato redarguito pesantamente con un pubblico che spesso incitava alla punizione e al sadismo, Master jack fece poi sommessamente notare che uno di questi era lui e che aveva scelto Profumo di Dafne come partecipante al party.
Mistress Jane diede a Profumo di Dafne dei vestiti da indossare immediatamente e con cui si sarebbe recata al party anche se sarebbe stato più esatto definirli non vestiti in quanto embrava praticamente nuda. Durante il viaggio Mistress Jane armeggiò con la passerina di Profumo di Dafne facendola spesso arrivare alle soglie dell’orgasmo e interrompendosi nel momento topico il che le procurava una frustrazione non indifferente.
Dopo qualche ora arrivarono in una villa che si trovava all’interno di un immenso parco dalla parti di Perugia. Nel parcheggio Profumo di Dafne vide che le macchine dei partecipanti al party erano tutte da sogno da Bentley a Lamborghini ad Aston Martin.
Entrati nella villa c’era un enorme arena specie arena romana dove tra il pubblico si assiepavano i ricchi organizzatori del party, mentre nel palco si trovavano padroni, mistress e schiave.
L’evento si componeva di due parti all’inizio le schiave partecipavano a una specie di giochi senza frontiere con i dominanti presenti e solo le migliori schiave avrebbero poi avuto l’onore di subire una sessione vera e propria, le altre invece sarebbero state selvaggiamente punite per non essere state all’altezza.
La prima prova fu quella dei ganci delle tende: vennero messi dei ganci delle tende sui capezzoli delle schiave e in base al tempo che queste resistevano fu stilata una classifica. Queste sapendo le terribili punizioni che sarebbero spettate alle ultime classificate, in queste prove cercarono di res****re il più possibile e nelle loro facce traspariva tutta la sofferenza che i ganci procuravano sui cappezzoli, infatti questi strumenti hanno la caratteristica di stringere in modo brutale. Il pubblico tra gli spalti sghignazzava sulle difficoltà e sulla sofferenza delle schiave che erano soggette a questa tremenda prova umilandole ancora di più.
Le altre prove non furono più facili: andarono dal solletico brutale con i piedi delle schiave chiusi in una gogna, a clistere, a ingurgitare litri e litri d’acqua senza poter fare pipì, a trasportare carri molto pesanti con persone.
L’ultima prova quella che avrebbe stilato la classfica definitiva della prima fase e avrebbe qualificato una parte delle schiave per le sessioni vere e proprie e un altra parte delle schiave alle punizioni brutali fu quella della cera bollente.
La prova iniziava con la schiava o per meglio dire la malcapitata che veniva distesa in un letto completamente nuda e a cui veniva fatta colare della cera bollente che però non era quella a punto basso di fusione, ma erano cere normali quindi il dolore era decisamente superiore. Avrebbero vinto le schiave che avrebbero chiesto più tardi possibile di interrompere il supplizio.
Profumo di Dafne riuscì a res****re molto a lungo a e comportarsi molto bene in tutte le prove anche se ciò era dovuto più che altro alla disperazione, infatti quello che aveva subito con il bambù sul sederino l’aveva indotta ad avere una forte determinazione per non ripetere l’evento.
Si concluse così la prima fase. La seconda fase iniziò con le punizioni per le schiave che non si erano qualificate. Queste punizioni furono tremende e la cosa provocò ancora più terrore in quelle che dovevano ancora subire il supplizio. La punizione consistette in cinquanta colpi nel sedere delle malcapitate con una frusta a nerbo di bue, cioè una di quelle fruste che si usavano per ammansire i buoi. Le schiave dovevano contare i colpi in modo che tutto il pubblico sentisse il conteggio e se ciò non avveniva il conteggio poteva riprendere da zero per due volte. Poichè tenere un tono di voce normale con questa prova tremenda era praticamente impossibile questo capitò praticamente sempre. Alla fine di queste frustate le malcapitate non riuscivano nemmeno a reggersi in piedi tra gli sghignazzi del pubblico.
Incominciò quindi la fase finale in cui ognuna delle schiave che si erano qualificate per la seconda fase sarebbe stata sottoposta a una sessione con un master o una mistress. In questo caso il giudizio l’avrebbe dato l’applausometro del pubblico.
Profumo di Dafne fu sollevata dal fatto che aveva evitato la terribile punizione del nerbo di bue a cui sapeva di non essere in grado di res****re, ma ancora non sapeva cosa la aspettava.
Profumo di Dafne dovette per la sua prova interfacciarsi con una mistress. La cosa iniziò in modo soft: Profumo di Dafne dovette leccare gli stivali della mistress anche sotto i tacchi, era una cosa a cui era abituata e non ci fece caso.
Era però solo l’inizio a partire dalla seconda prova le cose diventarono più pesanti le vennero fatti ingurgitare tre litri d’acqua e poi le venne ordinato di correre intorno all’arena senza fare pipì cosa che non le riuscì e depositò tutta la pipì per terra. A questo punto la mistress interrogò il pubblico chiedendo cosa avrebbe dovuto ordinare e la risposta fu falla leccare il piscio, falle leccare il piscio. La mistress allora ordinò a Profumo di Dafne di leccare la pipì. Profumo di Dafne leccò la sua pipì, ma con frequenti conati di vomito il che provocò grida di disapprovazione del pubblico che chiedeva di punirla e in quel momento Profumo di Dafne capì che non avrebbe sicuramente vinto in quanto alle altre schiave questo non era successo.
Profumo di Dafne infatti si classificò ultima tra quelle che si era qualificate per la seconda fase. Le sconfitte vennero però a conoscenza che anche loro sarebbero state sottoposte al nerbo di bue. Alla fine di questo trattamento, Profumo di Dafne aveva tremende piaghe sul sedere, ma era rinfrancata dal fatto che questa odissea era finita e la schiavitù era finita.

17
Zio Antonio

Mi chiamo Clara, ho 30 anni, sposata ma senza figli. Abito con mio marito in una grande città, dove lavoriamo entrambi. Sono abbastanza alta, due seni della terza misura che stanno su anche senza l’aiuto del reggiseno ed un culo bello pieno e sodo, che tengo in forma andando spesso in palestra.
La scorsa primavera fummo invitati da mio zio Antonio a passare alcuni giorni nella fattoria che era stata dei miei nonni. Ora la gestisce lo zio, da quando è andato in pensione. Erano molti anni che non ci andavo ed ero curiosa di vedere com’era.
La ricordavo da quando c’erano i nonni come una grande casa con un mucchio di stanze, stalle, ed un fienile. Ma siccome i nonni erano vecchi, era alquanto malandata.

Il ponte del 25 aprile andammo io e mio marito, mia madre, sorella di zio Antonio e mio padre. Quando arrivammo grande fu la mia sorpresa nel vederla. Lo zio l’aveva ristrutturata per bene, la casa era grandissima come la ricordavo, ma stalle e fienile sembravano nuovi, l’aia era pulita, nei recinti si vedevano alcuni a****li, capre, mucche galline. Poi c’era un nuovo capannone con macchine agricole, insomma sembrava molto florida.

Ci accolsero lo zio e sua moglie. Zio Antonio aveva 70 anni, era un uomo non molto alto, piuttosto robusto, braccia e gambe forti causa il lavoro nei campi, con pochi capelli bianchi, un sorriso franco e due scintillanti occhi neri. Sua moglie, la zia Carmela, era la classica matrona settantenne, gran petto, grossi fianchi.

Ci fecero accomodare, ci mostrarono le nostre stanze, ognuna con un bagno privato, ma da cui si accedeva anche dal corridoio, situate al primo piano.

Una volta che ci fummo accomodati, ci cambiammo, levandoci gli abiti da città e mettendoci abiti adeguati. Io misi una canotta con due sottili spalline ed un paio di calzoncini corti, senza reggiseno ne mutandine. La cucitura dei calzoncini mi segnava la passerina e mi stimolava il clitoride quando camminavo, cosa che mi piaceva un sacco.

Lo zio ci fece accomodare su delle poltroncine sotto una grande pergola e ci servì degli aperitivi, mentre la zia preparava il pranzo e la tavola poco più in là.

Vidi che lo zio non mi levava gli occhi di dosso e questo mi eccitava alquanto, dato che vado pazza per gli uomini di una certa età, tanto che i capezzoli mi stavano diventando turgidi e sentivo un certo calore nel basso ventre.

Sul più bello, quando stavo per andare in bagno per potermi fare un ditalino, la zia uscì dalla cucina e ci fece accomodare a tavola, sempre sotto la pergola.

Il pranzo fu ottimo, la zia aveva cucinato delle pietanze squisite, il vino, proveniente dalla cantina della fattoria, era ancora migliore e ce ne servimmo tutti abbondantemente. Alla fine del pranzo, mentre la zia e lo zio sparecchiavano, i miei genitori e mio marito si ritirarono a fare la siesta.

Io ero troppo eccitata da tutto l’insieme ed annunciai che invece sarei andata a fare un giro per la fattoria, per rivedere i luoghi che avevo conosciuto da bambina.

Mi allontanai ed inizia a girare fra i filari di vite, il fienile, i posti dove giocavo da piccola. Poi mi diressi verso i recinti degli a****li, c’erano delle mucche, più in là c’era un recinto con delle capre.

Ad un certo punto, notai del movimento e vidi il caprone che abbrancava una delle caprette e le infilava il suo membro nella vagina. La cosa mi eccitò da morire e rimasi lì, imbambolata, a guardare.

Iniziai a sentire un rimescolamento nel basso ventre, un calore tale che mi costrinse ad prendere qualche provvedimento. Quasi sconvolta, mi infilai la mano dentro i pantaloncini ed iniziai a sgrillettarmi furiosamente, appoggiata alla staccionata.

-”Vedi, è la primavera, la stagione dell’amore, gli a****li la sentono” sentii la voce di mio zio dietro di me.

Mi mise una mano sulla spalla. Mi vennero i brividi dall’eccitazione.

-”Guarda là”, disse, “vedi, anche l’asinello sente la voglia di sesso”, indicandomi alla mia sinistra, dove in un altro recinto stava un asinello che il suo pene rosso di fuori.

Mi prese la mano non impegnata nella mia passerina e se la portò all’inguine, appoggiandola sopra i pantaloni. Sentii un bozzo di dimensioni incredibili. Mentre lo massaggiavo lentamente, dietro di me, lui si aprì la lampo dei pantaloni, si abbassò i boxer e me lo mise in mano. La circonferenza era tale che non riuscivo a chiudere la mano completamente.

La mano che stava sulla mia spalla iniziò a scendere lungo la mia schiena e, mentre con una mano lo segavo lentamente, con l’altra mi sgrillettavo furiosamente, come ipnotizzata. Poi, la sua mano giunse all’altezza del mio culetto e, con mossa leggera, mi sfilò i calzoncini e li lasciò cadere a terra. Poi, con un dito, da dietro, mi entrò nella patatina allagata.

Si mise dietro a me, mi fece piegare leggermente in avanti e mi aggrappai con le mani alla staccionata mentre lui appoggiava il glande all’ingresso delle mia fighetta. Poi mi afferrò con entrambe le mani sui fianchi e, con un colpo deciso, entrò tutto in me, fino alle palle.

La sua nerchia era enorme, ne ho prese tante in vita mia, anche dopo sposata, ma come quella nessuna. Mi fece un po’ di male all’inizio, ma scivolò dentro senza troppa fatica tanto ero bagnata.
Mi sentivo piena come mai prima di allora.

Iniziò a pompare lentamente, con degli affondi lunghi, prima quasi fuori, poi fino a schiacciarmi l’utero. Mi sembrava mi arrivasse in gola, da tanto era lungo. Ebbi un primo orgasmo quasi subito.

Stavo per urlare dal godimento, quando lui fece :

-”Fai silenzio, altrimenti richiamerai tutti”.

-”Oh, zio, mamma mia, quanto sto godendo, ti prego non fermarti, ancora, sììììììììììì”.

-”Che porcellina che sei. Ti piace il cazzone dello zio, vero ?”

-”Sììììììììììììììììì, zione, sìììììììììììììììì, mi piace da morire”

-”Sei una troietta, ti piace scopare, vero ?”

-”Sìììììììììììììììììììììì, zio, sono la tua troietta, ho sempre sognato un cazzone bello grande come il tuo”.

-”Ora ti sfondo per bene”

-”Sì, zio sfondami, ancora ti prego”

A tutto questo, lo zio Antonio continuava a pompare come un dannato ed io avevo oramai degli orgasmi a ripetizione. Ma lui non era stanco, anzi, sembrava avere un’energia inesauribile.

Si sfilò da me, lasciandomi una sensazione di vuoto, mi fece girare e mi appoggiò alla parete del fienile, che ci nascondeva dalla casa, mi alzò una gamba portandosela fin sulla spalla e mi inzilò nuovamente il suo uccellone nella mia patatina bollente. Mi sbatteva letteralmente contro la parete ed io continuavo a venire in continuazione.

Infine mi fece mettere le braccia attorno al suo collo, mi fece serrare le gambe attorno ai suoi fianchi e, sostenendomi con le mani sotto il culo, mi portò dentro al fienile, dove si sdraiò con me sopra. Mi strappo il top e, mentre io lo cavalcavo selvaggiamente, mi massaggiava le tette, mi pizzicava i capezzoli, fino a che venne mentre io avevo l’ennesimo orgasmo.

Mi lasciai cadere sul suo petto, esausta. Lui pure era stanco, sudato da morire, c’era odore di sesso e di sudore che pervadeva l’ambiente.

Pian piano il suo enorme pisellone si sgonfiò al che me lo sfilai e mi sdraiai al suo fianco.

-”Ah, che bella scopata, erano mesi che non facevo una scopata così” disse, finalmente.

-”Zio, mi hai distrutta” dissi a mia volta, mentre gli accarezzavo l’uccello, che a riposo aveva dlle dimensioni considerevoli.

-”Non mi sembra ti sia spiaciuto, vero?”.

-”Oh, no, è stato grande. Non avevo mai goduto tanto. Non avevo mai preso un cazzone grosso come il tuo, zio”.

-”Bé, quando vuoi, si può ripetere” disse, sogghignando.

-”Ora sarà difficile, ho la figa in fiamme”. Guardai l’orologio. “Oddio, sono passate quasi due ore, staranno per alzarsi tutti”.

Mi alzai e corsi dentro a casa, nuda com’ero, infilandomi da una porta secondaria senza far rumore, salii silenziosamente le scale ed entrai nel bagno senza far rumore e mi misi sotto la doccia. In quello entrò mio marito, che si era appena svegliato dalla siesta.

-”Che ci fai qui ?” chiese.

-”Be, sai, fuori faceva caldo, ho sudato tanto ed allora ho pensato di farmi una doccia”, risposi.

Lui si abbassò i boxer e tirò fuori il suo pisello per fare la pipì. Mi venne da confrontarlo con quello dello zio. Il membro di mio marito non è piccolo, ma in confronto con quello di zio Antonio sembrava uno stuzzicadenti.

Quando se ne andò, finii di lavarmi, mi asciugai ed andai in camera per vestirmi. Mio marito, a quel punto, era già sceso. Mentre stavo pensando a cosa mettere, la porta si aprì ed entrò mio zio con i miei calzoncini ed il top che indossavo prima.

-”Pensavo sarebbe stato imprudente per te lasciarli in giro, non trovi ?” disse, dopo aver chiuso la porta dietro di sé, “certo che ti sei fatta proprio una bella gnocca”.

-”Zio, mi hai distrutto, la figa mi brucia da morire” replicai, ancora nuda dopo la doccia, “non so quando potremo rifarlo, ma stai sicuro che lo rifaremo. Ora vai, prima che qualcuno ci becchi così”.

Lui se ne andò, mi rivestii, mettendo un altra maglietta ed una minigonna. Rimasi senza reggiseno, ma misi un perizoma, vista tutta la gente che c’era per casa.

La sera mio marito volle fare l’amore ma dovetti rifiutare con una scusa, avevo mal di testa perchè avevo bevuto troppo, dissi.

Nei giorni seguenti, mi riposai. In fin dei conti, la campagna era proprio riposante, se non si hanno lavori urgenti da fare.

Il giorno prima di ritornare in città, lo zio disse che doveva andare a fare delle commissioni al paese vicino. Io mi offrii di accompagnarlo. Mi misi un corto vestitino, di quelli senza spalline, con la zona del seno elastica, che mi copriva appena il sedere, con dei sandali bassi. Sotto avevo messo un perizomino di pizzo bianco.

Non appena partimmo da casa, me lo levai, rimanendo con la fighetta nuda. Lo zio mi mise subito la mano sull’inguine ed iniziò a massaggiarmi il clitoride. Io, a mia volta, iniziai a massaggiargli quell’enorme membro. Io mi bagnai immediatamente, mentre a lui venne subito duro, tanto che dovetti aprirgli i pantaloni, mentre lui mi infilava il suo dito fino in fondo nella patatina.

Quando fummo abbastanza lontani da casa, lo zio s’infilò in una stradina laterale, scese prendendo una coperta e mi fece andare con lui, dietro un cespuglio che ci nascondeva dalla strada.

Mi levò il vestito, si calò i pantaloni, mi fece stendere e si posizionò sopra di me, puntellato sulle braccia. Io gli presi l’uccellone, lo puntai sull’entrata della mia patatina e lui, con un colpo deciso, affondò tutto in me, riempiendomi tutta.

Mi scopò in tutte le posizioni e, alla fine, mi riempì la passerina di sborra calda. Io godetti da morire, ebbi almeno una decina di orgasmi. Lo zio era insaziabile, una durata incredibile. Alla fine ero distrutta.

Mi rimisi il vestito, tendomi le mutandine per evitare che la sborra dello zio allagasse la macchina, gli ripulii ben bene l’uccello con la bocca e ripartimmo per le commissioni. Io ero talmente stanca che lo aspettai in macchina.

Quando ritornammo, mi rifugiai in camera con una scusa e scesi solo per cena. Al mattino seguente ripartimmo, con quella che ci saremmo rivisti tutti.

Penso proprio che ritornerò spesso a far visita a zio Antonio.

18
L’odore del sesso

Cos’è successo?
Dove sei andata? Dove è finita la ragazzina a cui infilavo le margherite
tra i capelli, quelli fluenti, lunghi e lisci come seta, non quella
acconciatura da matrona romana che hai ora, che giocava e si rotolava nei
prati con me e rideva e si scherniva e poi mi baciava d’impluso con tutta
la foga spensierata dei vent’anni?

Ti guardo ora. Non sei più la stessa. L’espressione indurita tra gli occhi
e lo sguardo cupo che non si accende più per me. Niente più corse nella
spiaggia deserta all’imbrunire, niente più falò e stelle cadenti e baci e
carezze e ansimi e sussurri e il tuo corpo morbido e il mio teso e proteso
verso di te.

Una fila interminabile di ombrelloni. Tutti dello stesso color ruggine,
perfettamente allineati. In questo nostro nuovo mondo non c’è più spazio
per il disordine.
Una casa di proprietà, due figli, un rassicurante conto in banca e un suv
nuovo fiammante come si conviene ad una famiglia come la nostra. Tutte le
cose giuste e al loro posto.

Lo vedo. Lo vedo come lo guardi, non è una novità per me quel tuo sguardo
sornione e malizioso.
Mediamente alto, mediamente sovappeso e mediamento sposato. Pizzetto e
tempia rasata. Occhi azzurri.
Io gli occhi ce li ho marroni, il colore più anonimo dell’universo.Come me.
Sguardi ricambiati e insistenti tra le sdraio e i lettini unti di crema
solare e corpi bagnati.
Sguardi azzurri e neri che si intrecciano, sopra i nostri bambini che
giocano assieme, sopra la noia del matrimonio, sopra la noia di tutta
questa vita.

`Allora vado’
`Sì, resto io con i bambini’
Si è truccata. Solo un velo leggero, ma c’è. Non ci sarebbe nessun bisogno
di restare. Giulia e Federico dormono come sassi e in ogni caso sono
abbastanza grandi per poter stare qualche ora da soli.
Ma non ne ho voglia. Non ho più voglia di attrezzatissimi villaggi con le
palme, di vialetti lindi e ordinati, di animatori forsennati e insistenti
e dei loro giochini demenziali. Ho voglia di disordine.
Chiudo gli occhi. In questo momento vorrei essere su una spiaggia deserta,
con il vento dell’oceano che ti soffia forte sul viso e una ragazza che si
lasci infilare fiori tra i capelli.

E invece esco. D’impulso. Aria. Ho bisogno di aria. Il tirreno non è
l’atlantico ma se chiudo gli occhi potrei farlo diventare, non sono poi
così vecchio da non saper più sognare.
Passo accanto all’anfiteatro, tronfio di musica e baldoria.
Dall’altoparlante la voce del capo animazione che arringa la folla in
delirio da vacanza. Stanno facendo un gioco, mi sembra ci capire,
reclutano coppie tra gli uomini-bambini e li fanno giocare insieme proprio
come grossi bambinoni ritardati. Sto per passare oltre quando qualcosa mi
induce a fermarmi. Una risata che ben conosco, in quel bosco di rumori e
schiamazzi. Una risata argentina, fresca e allegra come non la sentivo più
da vent’anni.
Infatti è lei sul palco. Accanto, tra lei e l’animatore c’è il tipo della
spiaggia.
Ondeggia, si muove e ride in quel gioco per bambini deficenti.
Il tipo col pizzetto è istrionico, si vede lontano un miglio che cerca di
far colpo su di lei, che d’altro canto non si rifiuta affatto. Se volete
far colpo su mia moglie fatevi venire gli occhi blu. Sono una garanzia.
Ecco, dovrei sentire dolore adesso, gelosia la chiamano, e invece nulla.
Il vuoto.
Il gioco prevede che i due si struscino e si intrecciano in posizioni
complicatissime, chiaramente erotiche. I suoi seni si posano sulla schiena
dell’uomo, che si volta sopreso. Ha chiaramente gradito e lo sguardo che
le getta nella scollatura è carico di cupidigia.
Sorride soddisfatta. Ha notato l’abbraccio azzuro sui propri seni e lo
sguardo che gli rivolge è più di una promessa.

Non so perché lo faccio.
Perché me ne sto acquattato dietro un salice, nell’ombra deserta dei campi
sportivi a spiare come un guardone mia moglie che si concede ad uno
sconosciuto.
Neanche una traccia di quel dolore che dovrebbe arrivare e non arriva.
Rimango a guardarlo mentre le palpa il seno, lo stringe con forza, le mani
a coppa sopra la stoffa leggera del vestito estivo.
Non le aveva così grandi una volta le tette. Credo le siano cresciute con
le gravidanze e dopo sono rimaste lì voluminose e ingombranti, pronte a
far la gioia di qualche infedele con gli occhi azzurri e il pizzetto.
La bacia sul collo e subito vedo mia moglie arrendersi languidamente con
la libido sul viso.
Se volete scoparvi mia moglie baciatela sul collo. Non resiste, garantito.
Affonda una mano nella scollatura, impasta a lungo, a semicerchio poi le
sbottona il vestito.
Una mammella, grossa e pesante sguscia fuori dal reggiseno, mezzo
abbassato.
E’ bianca come il latte e la sua apparizione imprevista e prepotente
squarcia il buio della notte e mi suscita un brivido del tutto inspettato.
Non lo conosco più il tuo corpo. Non conosco queste tue nuove forme
procaci da signora. Troppo tempo è passato dall’ultima volta che ti ho
sfilato la camicia da notte e ammirato il tuo corpo nudo nella luce
tiepida e discreta della nostra camera.
Ti bacia le tette. Una alla volta. Succhia, e quei larghi alveoli viola
che così tante volte ho leccato, spariscono ingoiati nel lordo pizzetto di
una bocca estranea e sconosciuta.
Ti solleva la gonna, mentre tutto intorno i grilli iniziano a frignare
salmi ossequiosi.
Le mutandine bianche, nel fondo delle cosce abbronzate. La sua mano che vi
penetra, tu che reclini il capo e sospiri.
E’ fatta, chiaramente si è arresa, niente più impedirà a quest’uomo di
scoparsi mia moglie nel silenzio complice di quest’angolo appartato.
Non certo io che me ne sto impietrito dietro questo albero piangente a
ruminare sentimenti che dovrei provare e non provo e altri nuovi che non
dovrei avere e ho.
Si inginocchia davanti a te e la sua nuca rasata sparisce sotto la gonna
nera, le mutandine cadono alle caviglie e tu strabuzzi gli occhi, sospiri
e lasci che quest’uomo, di cui non conosci neanche il nome, ti lecchi
voluttuosamente la fregna.
Te l’ho insegnato io questo gioco. All’inizio non volevi saperne di
rapporti orali. Cose da a****li dicevi. Solo poco alla volta ti sei
lasciata andare ai miei baci e alle mie esplorazioni bagnate.
`porca miseria, sto venendo!’ mi hai urlato con voce ridicolmente ingenua
quella prima volta. Mi sembra di sentire ancora il bruciore delle tue
cosce sulle guance, il tuo sapore sozzo sulle lingua.
E’ la vampata di un attimo poi torno al presente. Il presente ora è
davanti a me, sotto la luce diafana dei lampioni del campo di
pallacanestro. E’ mia moglie, quella che ho sposato più di dieci anni fa,
è la madre dei miei figli che poggiata contro un albero, le mutande calate
e le gambe divaricate, si fa leccare la fica da quest’uomo.
In fondo sapevo che sarebbe arrivato questo momento. Lo sapevo dal giorno
in cui ho iniziato a non guardarla più mentre si spogliava, la sera. Ad
ignorarla per giornate intere a respingere digustato l’idea di dover fare
qualcosa con quell’arpia velenosa con cui avevo appena finito di
azzuffarmi per una luce lasciata accesa o per il volume troppo alto.
Qualche estemporanea e sbrigativa avventura extraconiugale, mi aveva
definitivamente spento ogni residuo trasporto.
Eppure mi sembra di scoprirti in una luce nuova mentre quest’uomo ti
spoglia e si spoglia a sua volta davanti a te.
Forse sarà per quel seno bianco che ciondola mollemente fuori dalla
spallina, o forse sarà anche per la mano che ora gli insinui nei
pantaloni, ma qualcosa mi si muove dentro. Un desiderio nuovo che credevo
ormai scomparso mi assale nel vedere quella mano muoversi nei pantaloni
dello sconosciuto.
Gli stai toccando il cazzo. Stai stringendo un cazzo che non è il mio. E
muovi quella mano stancamente mentre lui ti abbassa vestito e reggiseno in
unica soluzione e le mammelle ti balzano fuori tremolando come due
sacchetti di gelatina.
Lavori per liberarlo, cinghia bottoni, lampo e infine arrivi.
Un brivido e una fitta violenta al costato quando finalmente ti vedo
stringergli il cazzo eretto. Lo masturbi mollemente, con quel ritmo stanco
che ben conosco. Non dura molto. Lui ti pone le mani sulle spalle
costringendoti ad abbassarti. Lo sappiamo tutti e tre cosa devi fare, ora.
O almeno quello che lui pretende da te.
Ecco. Ora voglio proprio vedere cosa succederà. Se davvero mia moglie se
lo farà mettere in bocca quel cazzo schifoso. Perché lei la odia sul serio
questa cosa qui.
Dopo anni di insistenze e tentativi io ci avevo perso ogni speranza a
farmi fare una pompa da mia moglie finchè nella più inaspettata delle
sere, per la prima ed unica volta, successe davvero.
Era morta sua madre quella stessa mattina e non so se per la depressione
seguita o cosa ma finimmo a letto praticamente subito e lì tra un
singhiozzo e una lacrima mia moglie finalmente acconsentì a farselo
mettere in bocca.
Mi sembrò di toccare il cielo con un dito, anche se tecnicamente non fu
una gran cosa. Era la prima volta in vita sua che lo faceva e non sapeva
bene come muoversi. Se lo strofinò un po’ tra le labbra aperte e quando
finalmente si decise ad infilarselo in bocca non gli riuscì di andare
oltre il glande.
Io comunque eiaculai quasi subito.

Non me ne accorgo al momento, ma anche i grilli hanno smesso di lagnarsi e
ora siamo tutti lì ad aspettare e vedere cosa farà mia moglie.
E finalmente Marianna si muove. Lo tiene tretto nel pugno, apre la bocca,
si china e –proprio in quel momento con un gran fracasso partono gli
irrigatori automatici. Per una attimo la scena è comica, tu balzi in piedi
nuda e lui, che ti viene dietro, con quel cazzo penzoloni sembra quasi un
satiro che rincorre la preda.
Si rincorrono e cercando di allontanarsi dal getto d’acqua finiscono per
cadervi proprio sotto e avvinghiati uno all’altra tentano di liberarsi
degli ultimi indumenti che hanno indosso.
E ora guardate me. Sono quello di spalle, stempiato e un po’ ingobbito.
Guardatemi mentre mi masturbo guardando mia moglie fare sesso con un altro
uomo. Guardatemi mentre le ammiro il corpo nudo e abbronzato e la riscopro
come fosse la prima volta.
Tra le pieghe della gonna sollevata in vita, le si intravede la fica.
Smetto anche di masturbarmi per osservare meglio questo buco che una volta
mi apparteneva e dove presto un altro uomo penetrerà al posto mio, se non
faccio niente.
E’ da così tanto tempo che non gliela vedo che mi sorprendo a scoprirla
perfettamente liscia e glabra. Non sapevo si depilasse là. Ai nostri tempi
o alla nostra età, non c’era e non c’è questa moda di radersi il pube. Il
fatto che l’abbia fatto me la fa riscoprire più giovane e disponibile.
Forse non è ancora gelosia ma inizio a provare quantomeno invidia per
questo stronzo con gli occhi azzurri che è riuscito a portarsi a letto,
cioè sul prato, mia moglie con le sue nuove tette e la figa depilata.
Succede senza che me ne accorga. Lei è distesa prona e lui le è sopra
mordicchiandogli l’orecchio. Adesso dovrei intervenire e strappargliela
via. Mi accorgo che sta succedendo qualcosa solo quando vedo il culo nudo
di lui muoversi ritmicamente su e giù.
Una fitta mi trapassa il cuore. Dovrei scappar via ora oppure saltargli
sopra e strapparglielo di dosso, qualunque cosa. E invece rimango qui a
soffrire guardando mia moglie che si fa scopare come una cagna da un altro.
Vi vedo bene ora che ti ha fatto mettere carponi. Non si è preso neanche
il disturbo di toglierti il vestito. Hai la gonna arrotolata sulla schiena
e dalle spalline abbassate le pesanti mammelle, fuori dal reggiseno
oscillano violentemente, dal viso allo stomaco, infrangendosi con un tonfo
sordo ora su uno e poi sull’altro.
Neanche le più trucide mignotte si fanno sbattere così in mezzo al campo
di uno squallido giardino periferico.
Puttana!
Puttana!
Puttana! Grido.
Poi vengo sborrando copiosamente sulle margherite.

Rientri che è quasi l’alba. Sgaiattoli in bagno cercando di non far
rumore. Mi assicuro che i bambini dormano e ti raggiungo. In mano tengo
stretta una sbarra di ferro.
Sei davanti allo specchio e ti bagni il viso. Hai gli occhi cerchiati di
rosso. Devi aver pianto. Sollevi lo sguardo e guardi senza capire la mia
faccia truce riflessa nel chiarore del neon.
Hai dei lividi sul collo e sulle braccia. Una spallina del vestito è
strappata e sotto si vede la mammella gonfiare il reggiseno. Puzzi di
sesso ed erba bagnata.
Sento un brivido alla schiena mentre sollevo la pesante sbarra. Mi fai
schifo, ti odio come non mai e ho una voglia matta di scoparti.
Senza una parola ti vengo dietro con la sbarra spianata. Ti strappo di
nuovo il vestito, denudantoti il petto e affondo il viso nell’incavo del
collo. Ti irrigidisci, poi chiudi gli occhi e ti lasci andare e mi
carezzi, cercando con la tua bocca la mia. Sobbalzi quando senti la mia
sbarra infilarsi tra le tue chiappe.
Ti faccio chinare sul lavandino, scopro la tua fica, la tua nuova fica,
depilata e sozza e guardo la tua faccia attonita rattrappirsi in una
smorfia di piacere mentre la mia sbarra penetra lentamente dentro di te.

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